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7 malati di linfoma su 10 vivi a 13 anni, in passato la metà moriva entro 3

Tempi di osservazione record in uno studio italiano presentato al Congresso dell'Eha

MEDICINA
7 malati di linfoma su 10 vivi a 13 anni, in passato la metà moriva entro 3

Il 22° Congresso Eha a Madrid (foto AdnKronos)

Guarire da un tumore 'cattivo' del sangue si può, grazie alle nuove cure che in poco più di un decennio hanno cambiato il destino dei malati. Da una condanna certa a una chance concreta. A mettere nero su bianco "un risultato impensabile solo 15 anni fa" è uno studio italiano condotto su 134 pazienti con linfoma follicolare scelti fra quelli a prognosi più infausta, presentato al 22esimo Congresso dell'Eha, la European Hematology Association, che si è chiuso a Madrid. A 13 anni dal trattamento sono ancora vivi quasi 7 malati su 10 (66%), gli stessi che un tempo erano destinati a morire nella metà dei casi entro 3 anni dalla diagnosi. E dei 'sopravvissuti', più di uno su 2 può considerarsi guarito.

"Sopravvivenza prolungata", "remissione completa continua a lungo termine" sono le parole della speranza scritte nell'abstract del lavoro multicentrico, presentato al meeting da Corrado Tarella, direttore della Divisione di oncoematologia dell'Istituto europeo di oncologia di Milano e docente di ematologia all'università Statale del capoluogo lombardo. Prima del dicembre 2014 era in forze a Torino ed è da lì che per il Gruppo italiano trapianto di midollo osseo (Gitmo), Intergruppo italiano linfomi (Iil), ha iniziato a guidare la ricerca. Segni particolari dello studio un periodo di osservazione record, "con un follow-up mediano di 13 anni ma punte di 16-18", spiega lo specialista all'AdnKronos Salute.

Il linfoma follicolare è il più frequente dei linfomi cosiddetti indolenti o a basso grado di malignità, "ma noto in passato per recidivare sempre - sottolinea Tarella - Non si pensava che questi pazienti potessero guarire, prima o poi si riammalavano e l'aspettativa di vita era, nei casi più sfavorevoli, anche di pochi anni". Il trial riguarda essenzialmente malati under 60, nel pieno della loro vita attiva, uomini e donne, con una leggera prevalenza dei primi. I pazienti, arruolati nello studio fra il 1999 e il 2005, sono stati sottoposti o a chemioterapia standard con aggiunta dell'anticorpo monoclonale rituximab, o a chemio intensificata ad alto dosaggio più rituximab e autotrapianto di staminali ematopoietiche del midollo osseo.

Il primo dato riguarda l'efficacia del trattamento, confrontabile in entrambi i gruppi. "In sostanza tutti e due i protocolli terapeutici hanno dimostrato di funzionare bene, un risultato che abbiamo pubblicato già nel 2008 - ricorda Tarella - Lo studio portato all'Eha riguarda l'andamento dei pazienti nel tempo, un tempo insolitamente lungo". Ed ecco i numeri chiave: "Il 66% del totale malati (88 su 134) è ancora vivo dopo un follow-up mediano di 13 anni - riassume l'esperto - E di questi 88, ben 49 (il 56%) si trovano ancora nella prima remissione completa, cioè senza essere stati sottoposti a ulteriori trattamenti non hanno avuto alcuna ricaduta. Niente più segni di malattia. L'ipotesi è che possano essere guariti".

Il messaggio positivo è innanzitutto che "la chemio-immunoterapia, ovvero la ben nota associazione del rituximab con la chemioterapia, può permettere una lunga aspettativa di vita anche a pazienti con linfoma follicolare ad alto rischio", si legge nelle conclusioni della ricerca. Secondo, evidenzia Tarella, "questi pazienti possono stare senza malattia anche per 15 anni", specie se trattati con lo schema chemioterapico intensificato, "e questo era impensabile fino a una quindicina di anni fa".

I ricercatori hanno eseguito anche l'esame molecolare della malattia, un'analisi che cerca l''impronta digitale' del tumore e che ha svelato una condizione di "remissione molecolare" nel 65% dei sopravvissuti. "Ottenere una remissione molecolare nei pazienti con linfoma follicolare ad alto rischio - rileva lo specialista Ieo - si è dimostrato associato non solo a una buona risposta alla terapia, ma anche predittivo della possibilità di sopravvivenza".

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