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Stress e orari no-stop: manager in cerca di 'pause'

ECONOMIA
Stress e orari no-stop: manager in cerca di 'pause'

di Vittoria Vimercati

C'è chi esce alle 17 dal lavoro per andare a suonare uno strumento musicale, chi si prende un'ora per camminare in solitudine e chi fa meditazione. Tra manager e amministratori delegati cresce la voglia - e la necessità - di fare 'pausa' e di staccare, durante la giornata di lavoro. Colpa di aziende sempre più complesse e del fatto che prendersi momenti, anche lunghi, per pensare non è più visto come una perdita di tempo, ma come qualcosa di indispensabile.

All'argomento è dedicato uno studio di Boston Consulting Group, basato su interviste ad amministratori delegati di diverse nazionalità. Le imprese, spiegano, non sono mai state tanto complesse quanto ora: negli ultimi 50 anni, l'indice di complessità delle maggiori compagnie elaborato da Bcg è cresciuto a un tasso del 7 per cento ogni anno. I manager sono sotto pressione sette giorni su sette, 24 ore su 24. C'è chi ha raccontato di aver ricevuto mille suggerimenti diversi a pochi giorni dall'incarico. Rispondere a questo con altrettanta frenesia e attivismo non porta sempre ai risultati sperati.

Anche in Italia, il "sempre connesso" risulta sempre più indigesto: il rischio, quando gli stimoli esterni sono troppi, è quello di non essere più in grado di fare il proprio lavoro. E, nel caso dei ceo, di risolvere i problemi. Michele Panzetti, senior trainer della Scuola di Palo Alto, che si occupa di formazione manageriale e life coaching, sostiene che "in Italia c'è ancora una cultura manageriale di basso livello, ma la consapevolezza di come funziona il cervello sta crescendo, anche perché, semplicemente, i dirigenti si rendono conto che lavorare così non assicura migliori performance".

Corsi per imparare a gestire il proprio tempo tra manager sono in crescita, così come il numero di dirigenti che scelgono di distrarsi facendo corsi di cucina o studiando la musica. "Se si lavora dodici ore al giorno tutti i giorni il nostro cervello ci fa andare più lenti, crea meccanismi di difesa, al pari del 'fiatone' quando si corre. I manager che funzionano sono quelli che hanno il coraggio di delegare e di avere momenti di stop", spiega all'Adnkronos. I ceo intervistati da Bcg che si prendono pause durante il giorno per riflettere, infatti, "dicono che quello è tempo ben speso: riflessione e meditazione - sottolinea la società di consulenza - hanno dato loro risultati migliori e maggiore credibilità agli occhi dei cda, dei dipendenti e di tutti gli altri stakeholder".

Il più celebre 'meditatore' è Warren Buffet, che trascorre almeno sei ore al giorno leggendo. Un suo partner, Charlie Munger, ha raccontato che nell'agenda di Buffet c'è anche l'haircut day, ossia il giorno delle riflessioni. Non è un privilegio concesso a tutti, ma chi mette da parte un po' di tempo a settimana, secondo Boston Consulting, ne riceve benefici. "Non bisogna confondere l'iperattività con l'efficacia: essere indaffarati non significa essere produttivi". Uno studio della Harvard Business School mostra come gli amministratori delegati trascorrano il 60 per cento del loro tempo in riunioni, il 25 per cento al telefono e il restante 15% al 'resto', compresa la lettura delle mail.

Tutto questo ha costi cognitivi: il cervello ha dei limiti nel prestare attenzione, ricordare ed elaborare idee. Più lo si distrae, più gli si permette di sedimentare le informazioni che ha raccolto in precedenza. Il punto è che all'estero ci sono arrivati da tempo, in Italia ci sono ancora parecchi miti da sfatare. Sempre Panzetti della Scuola di Palo Alto racconta di una sua conoscente andata a lavorare in una grande multinazionale negli Usa: "Il suo capo si preoccupava che restasse al lavoro dopo la fine del suo orario perché temeva non fosse in grado o non fosse performante. Lei, paradossalmente, ha paura di fare straordinari; in Italia sei considerato bravo se resti in ufficio fino a tardi".

Oggi, secondo Bcg, "una delle più grandi sfide per gli amministratori delegati è placare l'iperattività per impegnarsi nel pensiero critico, facendolo diventare una routine". E non c'è bisogno di avere stipendi milionari per raccogliere la sfida. Il trend è in atto anche tra le persone comuni e ha alla base motivazioni filosofiche: "Oggi, nella società iperconnessa, dalle molteplici attività che si svolgono nell'unità di tempo, si sta finalmente capendo che il tempo è la risorsa più scarsa di cui disponiamo", sottolinea Fabio Massimo Lo Verde, docente all'Università di Palermo di sociologia ed esperto di sociologia del tempo libero.

Questo accade all'uomo comune ma anche all'amministratore delegato. Secondo Lo Verde, "oggi interessa di più investire in tempo che consumarlo, utilizzando criteri non più efficientisti ma qualitativi". Ad esempio, dice all'Adnkronos, "alle aziende interessa chi sa prevedere gli scenari e i trend di cambiamento significativi. E questo arriva solo con un approccio più riflessivo, dedicato alle analisi".

Tra dieci o vent'anni, "la frenesia del target" e della "sequenza di task" sarà rimpiazzata con altre logiche. Quella per cui, spiega il docente, "più produco e più riesco ad avere vantaggi nel mercato sarà sostituita con la logica del meglio produco e meglio riesco a stare su mercato. L'azienda che riflette su se stessa è un'azienda vincente".

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