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Made in Italy: concorrenza sleale e dimensioni frenano crescita

ECONOMIA

Concorrenza sleale, dimensioni inadeguate e mancata quotazione in borsa. Sono questi in sintesi i problemi che frenano il potenziale del Made in Italy nonostante nel 2016 le esportazioni italiane abbiano registrato numeri che non si vedevano da 25 anni. E' quanto emerge da un'analisi dell'Adnkronos. Il bilancio dello scorso anno si è chiuso con 417 miliardi di merci vendute all'estero e oltre 50 miliardi di avanzo della bilancia commerciale.

Alla stessa velocità viaggiano anche i dati del 2017 nonostante nell’anno corrente si siano verificati un rallentamento del commercio globale e un apprezzamento dell’euro sul dollaro che penalizza i prodotti europei, inclusi dunque quelli italiani. Nei primi otto mesi dell'anno l'export italiano registra una crescita del 7,6% rispetto allo stesso periodo del 2016, con un incremento delle vendite verso Cina (+26,5%) e Russia (+20,9%).

Ed è proprio il Made in Italy ad avere tenuto a galla l'economia italiana durante la crisi decennale. Dal 2008 a oggi la quota delle esportazioni del Pil è cresciuta del 15% e si prevede che nel 2018 l’export peserà il 32% sul Prodotto interno lordo italiano. Numeri che potrebbero migliorare ulteriormente se le nostre imprese esportatrici non scontassero problemi di concorrenza sleale nel mercato mondiale. Ma non solo. In molti casi la mancata quotazione in borsa delle nostre aziende ne ha rallentato la crescita dimensionale. L'ingresso nel mercato azionario permette di attrarre quei capitali necessari per gli investimenti in innovazione e per una maggiore penetrazione nei mercati globali.

La forza delle nostre esportazioni ha portato il Governo, con il Piano straordinario per il Made in Italy, a quintuplicare le risorse per la promozione all’estero dei beni e servizi italiani. "Fino al 2014 l’Italia investiva 40 milioni mentre con il piano triennale si è arrivati a spenderne 200”. Lo spiega all'Adnkronos Ivan Scalfarotto, sottosegretario al ministero dello Sviluppo economico. Nonostante la soddisfazione per i numeri del Made in Italy, che in questi anni ha battuto record su record, “le imprese italiane potrebbero fare di più”.

In Francia il valore medio esportato per singolo operatore è 3,6 milioni, il doppio dell’Italia, parallelamente in Germania la percentuale sul Pil delle esportazioni dei beni e servizi è del 50% mentre l’Italia si ferma al 29% nel 2016. “Scontiamo un gap dimensionale” rispetto alle concorrenti europee perché le nostre imprese “hanno meno risorse per arrivare ai mercati lontani che spesso sono i più promettenti”. Anche il numero delle imprese esportatrici deve aumentare. Nel periodo 2010-2016 si sono aggiunte 10 mila nuove imprese alle 215 mila già presenti.

“In questi ultimi anni - ricorda il sottosegretario Scalfarotto - è stato fatto un lavoro per garantire alle spalle delle imprese la presenza del Sistema Italia. Da un lato abbiamo avuto Ice, Sace e Simest che hanno lavorato come un vero e proprio polo per l’internazionalizzazione, dall’altro il governo ha accompagnato gli imprenditori nelle missioni in moltissimi paesi. Oltre al proprio talento e alla bontà dei loro prodotti, il sistema paese ha fornito loro un quadro di riferimento, anche nei rapporti politico-diplomatici. In tutto il mondo l’Italia si è presentata come una squadra”.

Gli interventi del Governo a sostegno dell'industria sono stati accolti positivamente dalle imprese italiane. “Al Mise - dice all'Adnkronos Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria con delega all’Europa - va una medaglia d’oro per il piano Industria 4.0: dai finanziamenti agli iper e super ammortamenti, fino a tutto quello che è stato allocato negli anni per la promozione del Made in Italy nel mondo e che ha prodotto una bella sterzata di volante”.

Criticità invece rimangono quando l’Europa deve giocare di squadra e si siede ai tavoli degli accordi commerciali bilaterali. “Bisogna togliere tutti i lacci e i lacciuoli, altrimenti non riusciremo mai a smontare il sofisticato armamentario protezionistico che sempre più Paesi stanno adottando per proteggere i produttori locali”. E se la globalizzazione da un lato ha creato maggiori opportunità e nuovi mercati da esplorare, dall’altro ha portato con sé il problema della concorrenza sleale. “L’Italia è prima al mondo in termini qualitativi e quindi è anche il Paese più contraffatto. Basti pensare che solo nell’alimentare, l'italian sounding ci costa 60 miliardi all’anno. Se questa quota di mercato fosse reale avremmo già da tempo superato la Germania negli scambi commerciali”.

Una ricerca di Federalimentare stima che l’italian sounding, nel 95% dei casi è riferito al settore agroalimentare, in nord America costa 30 miliardi alle imprese italiane. L’Ice, agenzia governativa del commercio estero ha avviato due progetti per combattere prodotti che rievocano l’Italia come il parmesan e il prosciutto confezionati in pacchetti su cui spesso è stampato un tricolore sotto la dicitura Antonio’s o Peppino’s. Il primo consiste in una grande campagna di comunicazione con il claim buy authentic italian, get more con un video promozionale di Silvio Muccino, da un miliardo di impression con cui intende informare i consumatori americani di portare attenzione ad un prodotto italiano autentico.

Con il secondo intervento Ice ha concluso oltre 20 accordi con catene di distribuzione, catene piccole, regionali, grandi catene promozionali per fare entrare più prodotti italiani con l’ingresso di 370 nuovi fornitori. L'ingresso nel mercato americano è molto competitivo e appettibile a molti. “Premettendo che le aziende italiane sono straordinarie perché pur essendo prevalentemente piccole riescono ad essere competitive e presenti in centinaia di mercati” in Nord America come sostiene Maurizio Forte, direttore Ice New York, il Made Italy incontra delle difficoltà perché “la prima forma di selezione fatta dagli operatori americani -spiega all'Adnkronos- non riguarda la qualità e il prezzo dei prodotti”. Innanzitutto viene richiesta “una preparazione ad affrontare tutti gli standard tecnici e normativi del mercato”.

In secondo luogo, “siccome l’Italia non è l’unica al mondo a realizzare prodotti buoni e un prezzo concorrenziale, l’operatore americano richiede all’impresa di investire nel mercato e spesso le dimensioni delle imprese che lavorano in tanti mercati non permette loro di soddisfare la richiesta”. Infine è importante riuscire a comunicare con i clienti che significa avere “materiale informativo in inglese, personale che conosca la lingua e una presenza sui social network per raccontare lo storytelling di un prodotto e dell’azienda”. Sulla base delle indicazioni del Governo come agenzia pubblica, spiega Forte, “dobbiamo cercare di aiutare le aziende a superare questi ostacoli”.

Da un lato con la formazione rivolta agli imprenditori in cui li “prepariamo ad affrontare queste complessità”. Una volta che le aziende hanno le carte in regole Ice interviene “alleggerendone i costi economici nelle attività di promozione e inserimento nel mercato con accordi con la grande distribuzione, partecipazione alle fiere e invito degli operatori americani in Italia per conoscere aziende e imprenditori”. È interessante poi notare come il 58% dei prodotti esportati negli Stati Uniti, che rimane il primo mercato al mondo, riguardi il settore della tecnologia, macchine industriali, parti di veicoli e componentistica. La triple F (food, fashion e furniture) vale “solo” il 32% della quota di mercato. Moda, agroalimentare e design hanno però un valore di promozione straordinario perché fanno da traino per il turismo, la lingua e l’immagine dell’Italia nel mondo.

A frenare il potenziale della imprese italiane c’è poi la scarsa propensione all'utilizzo della finanza straordinaria, spesso indispensabile per la raccolta di capitali necessari a compiere il salto dimensionale e competere sulla scena internazionale. Nella cultura imprenditoriale italiana c’è stata sempre diffidenza ad aprire i capitali delle proprie aziende all’ingresso di nuovi investitori con la quotazione in borsa. Tuttavia, il crescente sbarco di società, sia di grandi che di piccole-medie dimensioni, sembra testimoniare un cambio di mentalità.

“Stanno aumentando - sottolinea all'Adnkronos Patrizia Celia, head of large cap & market intelligence di Borsa Italiana - sia le quotazioni tradizionali sia le quotazioni tramite operazione straordinaria con una Spac. Segno della volontà in questo momento di utilizzare uno strumento di finanziamento alternativo, quale appunto la quotazione in borsa che consente non solo di raccogliere capitali per l'internazionalizzazione, l'innovazione e la digitalizzazione, ma garantisce anche visibilità internazionale, spinta alla managerializzazione, e uno strumento per l'attrazione dei talenti”.

L’introduzione dei Pir, piani di risparmio individuali ha contribuito ad un ottimo andamento del mercato e ha alimentato la liquidità domestica. “Da sempre - aggiunge- quotarsi in Borsa a Milano significa non solo raccogliere capitali dagli investitori italiani, ma soprattutto sollecitare investitori internazionali. Abbiamo oltre 1400 case d’investimento e oltre 7500 fondi che investono da tutti i continenti e oltre 45 Paesi e sono disposti a investire in tutte quelle società che si caratterizzano proprio per una forte capacità di innovazione e internazionalizzazione garantendo interessanti potenzialità di crescita”.

Ed è da questi presupposti che Borsa Italiana ha lanciato in questi giorni una vetrina in cui rientrano “tutti i titoli, indipendentemente dalla dimensione, caratterizzati proprio da una forte brand awareness”. Società che quindi potrebbero facilmente raccogliere sul mercato dei capitali per finanziare la crescita. “Ci siamo accorti - conclude - che gli investitori vanno preparati un po’ in anticipo per consentire loro di riconoscere le caratteristiche differenziali tra un titolo e l’altro, ma soprattutto la capacità di soddisfare l’utente finale con un’esperienza d'uso particolare e ricercata che al tempo stesso sia in grado di adattarsi a un consumatore in continua evoluzione."

Alcune aziende di eccellenze italiane hanno sofferto particolarmente gli effetti della crisi. Nel 2014 Cose Belle d’Italia, che fa capo a Europa Investimenti, ha avviato una serie di acquisizioni di marchi di fascia di mercato medio alta con una forte storia alle spalle che versavano in difficoltà di varia natura. “Le integriamo nel gruppo - dice all'Adnkronos Mauro Gilardi ad di Cose Belle d’Italia - e avviamo un piano di rilancio in primis nazionale per preservare la loro storia e il posizionamento del loro marchio dotato di un forte heritage italiano. In parallelo ci concentriamo sul loro sviluppo internazionale”.

Al termine della prima fase di acquisizione il gruppo Cose Belle d’Italia, che punta a raggiungere i 100 milioni di fatturato entro il prossimo triennio, aggrega al suo interno 23 marchi con 16 aziende che operano nel settore dell’alimentare, arte e cultura, nautica e design. “Far parte del gruppo significa avere accesso a delle competenze nell’ambito del digital e dell’internazionalizzazione. Aspetti che spesso frenano lo sviluppo delle aziende che hanno sì prodotti eccellenti, ma non una dimensione sufficientemente robusta per affrontare i mercati e processi complessi. Le competenze vengono messe a sistema di tutte le imprese con delle economie di scala che permettono all’azienda di intraprendere un percorso di sviluppo che altrimenti da sola avrebbe molto più difficoltà a realizzare”.

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