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Così Talent Garden sfida i giganti globali del coworking

ECONOMIA
Così Talent Garden sfida i giganti globali del coworking

Davide Dattoli insieme a Brian MacCraith, rettore della Dublin City University

di Vittoria Vimercati

Da Brescia a Palo Alto in sette anni. Talent Garden ci è riuscita e ha chiuso l'esercizio 2017 raddoppiando il fatturato a nove milioni di euro, ma sa già che quest'anno non potrà replicare, 'accontentandosi' di una crescita intorno al 50%. Come mai? "Il paradosso è che ci mancano gli spazi per farlo. Quelli che apriremo quest'anno ci faranno fare il salto tra 2019 e 2020, quando triplicheremo le nostre dimensioni". Davide Dattoli, fondatore della società di coworking nata nel 2011 a Brescia che è riuscita a fare del networking un business, da un anno vola per tutto il mondo in cerca di accordi e collaborazioni. Ci è riuscito con Copenhagen, con Dublino, con Vienna, ed entro l'anno aprirà un hub nientemeno che nella Silicon Valley dove, scelto dalla Cdp per concretizzare un suo progetto, porterà le pmi italiane in cerca di "contaminazioni eccellenti".

La sua creatura, nata come centro per aggregare startup e giovani talenti, oggi aspira a diventare il player europeo tra i due colossi dell'Ovest e dell'Est, l'americana WeWork, che capitalizza 23 miliardi di dollari, e la cinese UrWork, che ne capitalizza 2 ma è pur sempre un gigante. "A livello europeo c'è molta frammentazione e noi cercheremo di aggregare le piccole realtà sul mercato", spiega Dattoli, 28 anni, in un'intervista all'Adnkronos. La quotazione in Borsa si farà, ma non quest'anno. "Abbiamo deciso che prima faremo un altro round di finanziamento per aumentare ancora di più le nostre dimensioni". Il 'quantum' non è ancora stato deciso, ma sarà superiore ai 12 milioni raccolti nel 2016, che hanno sancito l'ingresso di alcune famiglie di imprenditori guidate da Giovanni Tamburi dando la spinta all'internazionalizzazione.

L'accelerata sui ricavi arriverà dalla formazione, che oggi pesa per il 25% nel fatturato insieme a coworking (50%) ed eventi. Lo dicono i numeri: "Nell'ultimo corso di formazione dedicato alla Digital transformation nel Made in Italy abbiamo ricevuto 2.500 richieste per venti posti disponibili", rivela Dattoli, che, ispirato dai bootcamp americani, ha portato in Italia percorsi di formazione intensivi, di poche settimane, rivolte sia agli studenti che alle aziende. Il tasso di occupazione di chi li segue è del 98%, in Italia, a tre mesi dal corso.

"Le scuole di formazione presenti in Italia - sottolinea il giovane imprenditore - non si erano ancora attrezzate sui settori dell'innovazione. Noi abbiamo deciso di importare il modello dei bootcamp e di formare le persone su quello di cui c'è bisogno oggi, su quello che le aziende cercano". Ad esempio, lo sviluppatore di software, l'esperto di digital marketing o della user experience. "Ci sono ragazzi che vorrebbero venire da noi ma vengono sconsigliati dai genitori che preferirebbero percorsi 'classici' per loro. Ma le università continuano a formare migliaia di avvocati quando solo il 30 per cento di loro trova lavoro: la vera sfida - dice Dattoli - è cambiare questo paradigma".

Solo Talent Garden dà lavoro a 100 persone, il 60 per cento donne con un'età media di 30 anni. "Raddoppiamo di anno in anno: a gennaio 2017 eravamo in 50, nel 2016 in 25. Si è creato un team molto forte e vogliamo raddoppiare anche per i prossimi cinque anni, provando a costruire davvero qualcosa di grande per le aziende italiane". Dattoli non è d'accordo con le prospettive catastrofiche di chi dipinge un mondo di disoccupati a causa dello sviluppo della robotica. "La sproporzione tra l'offerta e la domanda di posti nel mondo della tecnologia è già altissima e la tocchiamo con mano quotidianamente. Se è chiaro cosa può succedere nei prossimi tre-cinque anni, cosa succede tra i prossimi cinque-dieci anni è inimmaginabile. Ci saranno nuove professioni, l'importante è conoscere e capire che la sfida culturale è immediata, non più rimandabile".

Se le aziende e i cittadini hanno iniziato a capirlo, un po' meno lo sta facendo la politica. "L'argomento innovazione è poco considerato ma è da lì che nascerà una parte importantissima del Pil dei prossimi cinque anni. Come lo sta capendo il mondo produttivo, lo deve capire anche la politica, attuando una strategia di lungo termine".

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