Titoli di Stato, perché improbabile Usa e Cina in campo

di Vittoria Vimercati

Che la Cina, gli Stati Uniti, o addirittura la Russia, possano, in caso di fuga degli investitori dall'Italia, diventare i futuri finanziatori del nostro debito pubblico e quindi sottoscrivere parte dei circa 400 miliardi lordi di emissioni annuali di Titoli di Stato è davvero un'ipotesi possibile? Secondo alcuni docenti di Economia contattati dall'Adnkronos si tratta di "uno scenario irrealistico" o, peggio, di "fantascienza". Con l'avvicinarsi dei giudizi sul debito sovrano delle agenzie di rating e di ottobre, quando Def e manovra vedranno la luce, cresce il timore per una nuova impennata dello spread e per eventuali aste deserte di Titoli di Stato.

Il vicepremier Matteo Salvini ha detto che il Governo è pronto a "resistere agli attacchi che vengono dai poteri forti", mentre alcune indiscrezioni riportano di un'Esecutivo impegnato a trovare alternative, 'scudi' alla presunta "speculazione" finanziaria che potrebbe abbattersi sul Paese. Secondo il Corriere, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, avrebbe detto al premier Giuseppe Conte di essere pronto ad aiutare l'Italia acquistando obbligazioni governative il prossimo anno. In questo caso, in via teorica, il Tesoro Usa "ha margini nelle operazioni tesoreria e di gestione della liquidità per reinvestire in valuta estera, poi che compri Bund o Btp è discrezionale", spiega Carlo Altomonte, docente di Politica economica dell'Università Bocconi. "Pensare che si compri l'intero finanziamento annuale del debito è però fantascienza".

Di certo, Trump non potrebbe contare sulla Fed, la banca centrale americana, che è un organismo indipendente e che tra l'altro, fa notare Carlo Milani, economista del Cer, Centro Europa Ricerche, "in questo momento sta vendendo titoli del Tesoro americano". Diversamente da Paesi come le monarchie del Golfo, gli Stati Uniti non sono provvisti di un fondo sovrano con potere di investimento. Trump, al momento, potrebbe al massimo "suggerire" o fare pressioni a qualche grande investitore privato, con tutti i rischi del caso.

"E' uno scenario del tutto irrealistico", puntualizza Rony Hamaui, docente di Economia monetaria all'Università Cattolica di Milano. "In un mondo globalizzato se l'umore comune e le aspettative sono di 'vendere' obbligazioni italiane, nessuno si metterebbe a fare il contrario: non ci sono cattivi e buoni, ci sono solamente - osserva - persone razionali che cercano di capire se quello che si sta facendo porta o meno a uno sviluppo. In caso negativo, niente può compensare la fuoriuscita di capitali e l'esempio della Turchia insegna".

Le implicazioni di accordi con altri Paesi per comprare Titoli del debito sarebbero due, una politica e una finanziaria: "Il debito in mani americane o cinesi per una quota non marginale ovviamente diventa strumento di potenziale ricatto", osserva ancora Altomonte. Se invece il mercato percepisse che il Tesoro sta comprando debito in euro, "questo attiverebbe aspettative di svalutazione del dollaro e rivalutazione dell'Euro: quello che guadagneremmo in termini di spread rischieremmo di perderlo con gli interessi in termini di minori esportazioni".

Sulla Cina, il discorso è parzialmente diverso. E anche qui la scelta "sarebbe puramente politica: comprare Btp per il Dragone non sarebbe un grande affare", dice Milani. La People's Bank of China potrebbe sì intervenire, "ma non lo farebbe senza avere una contropartita in qualche settore strategico, magari porti, energia o telecomunicazioni".

Il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, da ieri in Cina per una missione, ha smentito che sia questo lo scopo della visita istituzionale. L'obiettivo non è "cercare compratori per i titoli del debito pubblico. Non abbiamo questo problema" ha detto in un'intervista al quotidiano cinese 'Guangming'. Fatto sta che People Bank's of China, come qualsiasi altro investitore estero, avrebbe tutte le carte per farlo. "Mi sembra più ragionevole - ragiona ancora Hamaui - che Paesi come la Cina e gli Stati Uniti possano essere interessati ad un bene reale, come aziende o infrastrutture, perché pensano che siano strategicamente interessanti". Sul debito pubblico e sui suoi interessi, "non ci sono alternative: i mercati guardano ai rendimenti e vogliono certezze e credibilità".