Borse in pericolo con dazi Cina, ma rischia anche Trump

La guerra commerciale tra Usa e Cina tiene sulla corda i mercati. Gli analisti sono concordi nel ritenere che dopo i dazi imposti dal presidente Donald Trump le contromosse asiatiche non si faranno attendere e le ritorsioni potrebbero avere forti ripercussioni. Anche gli Stati Uniti, dunque, non sono esenti da rischi. "A dispetto di quanto sembri ritenere l’amministrazione Trump, quando si avvia una guerra commerciale molto difficilmente ci saranno dei vincitori, mentre con grande probabilità si avranno diversi perdenti", spiega David Basola, responsabile per l’Italia di Mirabaud Am. Trump "potrebbe sottostimare la velocità e l’ampiezza della ritorsione che si potrebbe verificare da parte dei consumatori cinesi verso i prodotti Usa".

L'atto firmato dal presidente americano ha come obiettivo tariffe e sanzioni contro la Cina per un valore annuo di 60 miliardi di dollari su diversi prodotti, dall'aerospaziale ai macchinari, contro "concorrenza sleale" e "furto di proprietà intellettuale", l'obiettivo dichiarato. "L'aggressiva politica commerciale dell'amministrazione Trump rappresenta un elemento di rischio per i mercati - sottolinea Luigi De Bellis per Equita - non solo per la probabile reazione della Cina e in futuro della Germania (che ha un avanzo commerciale superiore a quello cinese), ma anche per gli impatti sull'inflazione in un momento in cui anche la politica fiscale è diventata super espansiva (il deficit pubblico Usa è atteso crescere al 3% al 5% del Pil)".

"I bene informati sostengono che le autorità cinesi stanno già lavorando su queste nuove misure, individuando i prodotti su cui agire. La vaghezza degli annunci fatti dall'amministrazione americana contribuisce a mantenere il mercato sulla corda. Personalmente - dice Giuseppe Sersale, strategist di Anthilia Capital Partners - resto convinto che la manovra di Trump sia più di facciata".

La grande assente nella lista delle esenzioni, ovvero la Cina, "è toccata solo marginalmente dai dazi" che sembrano "più uno strumento di pressione che non un'effettiva misura restrittiva. Sospetto che anche dietro l'indeterminatezza delle misure annunciate da Washington ci sia l'intenzione di lasciare spazio a una soluzione negoziale. D'altronde, le importazioni cinesi di prodotti Usa sono concentrati in alcuni settori (agricoltura, aeromobili, auto) ed eventuali misure restrittive possono creare seri danni e costare un bel po' di capitale politico a Trump".

Per il momento "attraversiamo la fase delle schermaglie e il rischio di un escalation è destinato a rimanere ben presente nella mente degli investitori", chiosa Sersale. Sul tavolo resta "la paura di un allargamento di questo atteggiamento su vasta scala e ad altri beni, provocando una vera 'guerra commerciale'" con rischio di conseguenze immediate ma anche di natura strategica, in grado di intaccare la crescita soprattutto di quei Paesi che stanno basando gran parte della loro ricchezza sulle esportazioni, evidenzia Alessandro Allegri, ad di Ambrosetti Asset Management Sim.

"In tal senso, a ben guardare, a esserne svantaggiata potrebbe essere in primis proprio l'America, un Paese in cui la bilancia commerciale è in negativo e dove di conseguenza una politica di dazi con il resto del mondo si candida ad essere altamente dannosa con conseguenze sul deficit commerciale statunitense di peggioramento a livello critici".