Tiraboschi, in Ue in 10 anni per disastri 'naturali' persi 150 mld

Terremoti, tsunami, alluvioni, uragani: i disastri naturali impattano pesantemente, seppure in maniera indiretta, sull'economia e sul lavoro. E del tema si è anche occupato Michele Tiraboschi, giuslavorista, direttore del Centro studi internazionali e comparati 'Marco Biagi' dell’Università di Modena e Reggio Emilia e coordinatore del comitato scientifico di Adapt. "Secondo un recente rapporto della European Environmental Agency -scrive Tiraboschi in uno studio pubblicato recentemente on line da Adapt- l’Europa e l’Italia stanno sperimentando un crescente numero di disastri naturali e ambientali che sono causati da una combinazione di trasformazioni nel loro assetto fisico, nella loro dotazione tecnologica e nella loro conformazione socio-economico. Tra il 1998 e il 2009 l’Europa ha registrato 576 disastri dovuti a rischi naturali che hanno dato luogo a circa 100 mila morti e una perdita pari a circa 150 miliardi di euro con gravi ripercussioni sulla stabilità economica e la crescita".

"Nello stesso arco temporale più di 11 milioni di persone (su una popolazione di 590 milioni negli Stati della European Environmental Agency) sono state colpite da un disastro dovuti a rischi naturali. L’impatto dei disastri naturali in Europa in termini di perdite di vite umane non è stato uniforme: Italia e Francia sono le più colpite (oltre 20 mila morti ciascuna), seguite da Turchia (18 mila) e Spagna (15 mila)".

Per Tiraboschi, "la stessa espressione 'disastri naturali' appare non solo non propriamente corretta, ma anche anacronistica perché sempre meno appropriata". E', infatti, dice citando un rapporto delle Nazioni Unite, "il comportamento umano che trasforma i rischi naturali in ciò che noi chiamiamo disastri naturali". Appare allora evidente, rimarca, "che non è più possibile continuare a parlare di mera fatalità come fanno media, opinione pubblica e anche istituzioni e decisori politici".

Questo porta "a enfatizzare l’aspetto prevenzionistico, se non dell’evento in sé, quantomeno delle possibili conseguenze per le persone, i sistemi produttivi locali e i sottostanti mercati del lavoro, piuttosto che limitarsi unicamente a quello emergenziale e alle misure, di stampo prevalentemente straordinario ed eccezionale, per la ripresa", conclude.