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Non solo incendi, la desertificazione che minaccia l'Italia

Temperature record e stress idrico, un mix esplosivo

RISORSE
Non solo incendi, la desertificazione che minaccia l'Italia

(Fotolia)

Le temperature aumentano e il Pianeta ha sete. La bella stagione si è fatta annunciare dalla seconda primavera più calda del pianeta, almeno da quando sono iniziate le rilevazioni nel 1880: in Italia, il Cnr ha confermato una primavera da record con un'anomalia di +1,9 gradi. Allo stesso tempo, l’Italia è indicata dall’Ocse come Paese soggetto a stress idrico medio-alto: utilizziamo oltre il 30% delle risorse rinnovabili d’acqua disponibili, che sono ben superiori alla soglia del 20% indicata dall’obiettivo europeo (Europa efficiente nell’impiego delle risorse).

Caldo e siccità rappresentano un mix esplosivo che mette in ginocchio l’agricoltura (oltre un miliardo di euro di danni provocati alle campagne, secondo la Coldiretti, dal clima bollente e siccitoso) e aumenta il rischio incendi, mentre la minaccia della ‘desertificazione’ entra nel dibattito sul clima, anche in Italia. Secondo i dati diffusi dal Wwf, circa un quinto del territorio nazionale italiano è ritenuto a rischio desertificazione: quasi il 21% del territorio, del quale almeno il 41% si trova nelle regioni dell’Italia meridionale, come Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Sardegna e Sicilia, ma sono coinvolte anche aree in altre regioni come l’Emilia-Romagna, le Marche, l’Umbria e l’Abruzzo.

Stando ai dati del Consiglio Nazionale delle Ricerche, la regione a maggior rischio desertificazione è la Sicilia con il 70% del territorio minacciato da insufficienza idrica; seguono Molise (58%), Puglia (57%), Basilicata (55%) e poi Sardegna, Emilia Romagna, Marche, Abruzzo, Umbria e Campania con percentuali oscillanti fra il 30% ed il 50% dei territori a rischio. Nell’Italia a secco, numerose Regioni hanno chiesto lo stato di emergenza per carenza idrica , dalla Toscana all’Emilia Romagna fino al Veneto.

“Il pericolo desertificazione deve ormai entrare, anche per il nostro Paese, tra le possibili conseguenze dei cambiamenti climatici - dichiara Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi) - così come testimonia l’attuale crisi idrica, conseguenza delle insufficienti precipitazioni dei mesi scorsi e di un caldo inusuale in un periodo, che non è ancora estivo”. Per il direttore generale Anbi, Massimo Gargano, “alcune tendenze sono ormai conclamate: il clima è cambiato e con esso anche le precipitazioni meteorologiche; è necessaria un’assunzione di consapevolezza collettiva”.

Caldo e siccità sono un mix esplosivo e scatta l’allarme incendi: nei primi mesi del 2017 – riferisce la Coldiretti – si sono registrati fenomeni diffusi e un numero di richieste di soccorso della flotta aereo antincendio di Stato in forte aumento in confronto agli anni precedenti. Per questo, si moltiplicano i provvedimenti restrittivi per l'accensione dei fuochi nelle Regioni, gli ultimi in Toscana e Liguria.

La Coldiretti ha elaborato un decalogo anti-incendi: evitare di accendere fuochi nei boschi, nelle aree coltivate o nelle vicinanze e, dove invece è consentito, controllare costantemente la fiamma e verificare che il fuoco sia spento e le braci fredde prima di andare via. Non gettare mozziconi o fiammiferi accesi; verificare che la marmitta dell’auto non sia a contatto con erba secca; non abbandonare rifiuti nelle zone boscate o in loro prossimità; evitare la dispersione nell'ambiente di contenitori sotto pressione (bombolette di gas, deodoranti, vernici, ecc.) che con le elevate temperature potrebbero esplodere o incendiarsi. In caso di avvistamento di un incendio, mantenersi a favore di vento e informare tempestivamente le autorità responsabili con i numeri di emergenza disponibili.

Incendi a parte, è anche la disponibilità di acqua a preoccupare. Il cambiamento climatico interagisce con il ciclo idrico tramite diversi elementi tra cui la fusione dei ghiacciai. In Italia, secondo i dati del Comitato Glaciologico Nazionale, la superficie dei ghiacciai risulta ridotta del 30% (159 kmq). Il paesaggio alpino sta mutando molto rapidamente e anche in alta quota il permafrost, il terreno ghiacciato, è in forte degrado. Una situazione che può avere forti impatti sulla risorsa idrica e aumentare il rischio di grandi frane. Ad accendere i riflettori sul fenomeno, un rilevamento geomorfologico che ha interessato le Alpi Centrali a cavallo tra l’Alta Valtellina e il cantone dei Grigioni in Svizzera.

Lo studio ha evidenziato che "il glacialismo, che occupava l’intera area all’inizio dell’Olocene, si è ridotto molto rapidamente, quasi fino a estinguersi, per poi avere piccole avanzate durante la Piccola Età Glaciale e rimanendo con piccolissimi ghiacciai, sino al secondo dopoguerra, che oramai sono totalmente scomparsi. Ma anche in alta quota il permafrost presente nella zona risulta in forte degrado", spiega Mauro Guglielmin dell’Università dell’Insubria, responsabile per le ricerche internazionali sul permafrost in Antartide.

“Tali cambiamenti, che stanno avvenendo in modo davvero rapido, stanno già causando conseguenze importanti sulla nostra vita come il verificarsi di grandi frane – prosegue Guglielmin - e potranno esserci conseguenze anche sulla risorsa acqua". Cambiamenti già evidenti addirittura nelle zone colpite dal terremoto.

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