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Consumo di suolo, in 4 anni e mezzo in Italia è sorta una nuova Roma

Wwf, oggi il 10% del territorio italiano è edificato o infrastrutturato

RISORSE
Consumo di suolo, in 4 anni e mezzo in Italia è sorta una nuova Roma

(Foto AdnKronos)

Nei quattro anni e mezzo in cui il Parlamento non ha approvato il disegno di legge per mettere un limite al consumo di suolo (la prima proposta governativa è del dicembre 2012), in Italia è stata edificata ex novo una superficie di 46mila ettari per 24 km di diametro. In pratica, come se fosse sorta dal nulla una nuova Roma che però si espande di altri 2 km oltre al Raccordo Anulare e senza un metro quadrato di aree libere.

Lo denuncia il Wwf che, avvalendosi della consulenza tecnica del gruppo di ricerca dell’Università dell’Aquila ha preso come base l’ultima stima Ispra di 28 ettari al giorno di consumo di suolo in Italia.

Stando ai dati contenuti nel report Wwf “Caring for our Soil”, oggi il 10% del territorio italiano è edificato (7%) o infrastrutturato (3%) e se nel 1950 i Comuni con meno del 2% del totale del loro territorio urbanizzato erano 4.600 (57,5% degli 8.000 Comuni) e 10 ne avevano oltre il 50%, oggi sono solo 1.747 (il 22%) che hanno meno del 2% del proprio territorio edificato, mentre 30 sono i Comuni con oltre il 50% del territorio edificato e 1.000 sono i Comuni che ne hanno almeno un quarto.

Aumenta anche la pressione dell’edificazione sui 2000 siti della Rete Natura 2000: negli ultimi 50 anni l’urbanizzazione nella fascia di rispetto di 1 km dalle aree Natura 2000 è cresciuta del 260%, con un incremento della frammentazione delle aree naturali particolarmente grave in Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria, Emilia Romagna, Lazio, Campania, Puglia. Sicilia, con tendenze preoccupanti anche in Sardegna.

Per fermare il consumo di suolo, ricorda il Wwf, si può agire subito facendo in modo che: nei Piani paesaggistici regionali vengano indicati obiettivi di contenimento del consumo di suolo; si dia vita a nuovi piani urbanistico-ambientali dove siano individuate e progettate aree verdi libere; le bonifiche delle aree industriali dismesse non perseguano solo burocraticamente la salubrità, ma l’obiettivo della “salute ambientale” del suolo; si realizzino insediamenti a tendenziale autosufficienza energetica, con impronta energetica vicino allo zero o addirittura negativa per avere città amiche del clima.

E ancora: diffondendo le pratiche civiche dei giardini condivisi e degli orti urbani; favorendo il trasporto pubblico e su rotaia e la mobilità dolce (pedonale e ciclabile) su strade progettate per rendere possibile la convivenza fra le diverse modalità di trasporto.

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