Tartarughe marine tra nuove nidificazioni e pericoli continui

Decine e decine di tartarughe marine nate sabato sulla spiaggia di Straccoligno all'isola d'Elba. Una nidificazione eccezionale che segue quella del 2017 a Marina di Campo. Grazie all'azione concertata dei bagnanti, del comune di Capoliveri, di Legambiente Arcipelago Toscano, della Capitaneria di Porto di Portoferraio e dell'Università di Siena, l’area dalla quale erano uscite le tartarughe è stata subito delimitata, perché si prevede che i piccoli di tartaruga continueranno a nascere nelle prossime ore.

Nel 2017 in Italia, il Wwf ha censito 18 nidi (14 in Sicilia, uno in Basilicata, uno in Calabria e due in Puglia) per un totale di 519 piccoli di tartaruga emersi con successo. In attesa dei dati delle nuove nidificazioni che, fa sapere l'associazione del panda all'Adnkronos, arriveranno tra metà e fine settembre, la schiusa di Straccoligno è comunque una buona notizia per la Caretta caretta, una specie classificata come "vulnerabile" a livello globale dalla Iucn (Unione mondiale della conservazione), e "least concern", cioè minacciata, nel Mediterraneo.

Colpa dell'uomo: secondo i dati del progetto europeo TartaLife, nel Mediterraneo ogni anno oltre 130mila tartarughe marine della specie tartaruga Caretta caretta rimangono vittime di catture accidentali da parte dei pescatori professionisti.

Circa 70.000 abboccano agli ami utilizzati per la pesca al pescespada, oltre 40.000 restano intrappolate nelle reti a strascico e circa 23.000 in quelle da posta per un totale di 133.000 catture con oltre 40.000 casi di decesso.

Numeri sottostimati: se infatti consideriamo in questo calcolo tutti i pescherecci comunitari e le migliaia di piccole imbarcazioni da pesca che operano nei paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, si arriva più verosimilmente a una stima di 200mila catture e proporzionalmente a circa 70mila decessi.

Oltre alla minaccia che arriva dal mondo della pesca, tra reti a strascico, ami dei palangari e reti fisse, le sette specie di tartaruga marina che abitano i nostri mari e oceani sono fortemente minacciate da cementificazione e degrado delle coste e dei litorali scelti per la nidificazione.

Poi, c'è la presenza della plastica in mare: secondo i dati del Wwf, una tartaruga marina su due nel Mediterraneo ha ingerito plastica, uno studio di 10 anni sulla caretta ha dimostrato che il 35% degli esemplari analizzati hanno inghiottito rifiuti di questo tipo. E alcuni degli esemplari monitorati avevano ingerito fino a 150 frammenti.

La presenza di plastica sulle spiagge può compromettere anche le nidificazioni: la sabbia in cui la tartaruga depone le sue uova, in presenza di frammenti di plastica non mantiene la stessa umidità e modifica la temperatura, con ripercussioni sullo sviluppo e la schiusa.

Per soccorrerle, si sono diffusi lungo le nostre coste i centri di recupero dedicati, gestiti da centri di ricerca, aree marine protette e associazioni ambientaliste. Solo quelli gestiti dal Wwf accolgono e prestano soccorso a circa 900 tartarughe ferite ogni anno.

I Centri di recupero che rappresentano uno strumento estremamente incisivo ed efficace per la riduzione della mortalità delle tartarughe. Secondo i dati del progetto LIFE Tartanet, che vede insieme Cnr (Consiglio nazionale delle ricerche) e Ismar (Istituto di scienze marine), il numero di recuperi degli esemplari in difficoltà sono aumentati in numero esponenziale per un totale di circa 1450 recuperi dal 2009 al 2012.

Parallelamente, migliaia di pescatori e cittadini sono stati sensibilizzati alla conservazione delle tartarughe e tutela della biodiversità marina. Nonostante ciò, gli esemplari curati dai Centri sono ancora una piccola parte delle centinaia di tartarughe catturate accidentalmente ogni anno nel Mediterraneo.

Un ruolo importante nella tutela della specie lo gioca anche l'informazione ai cittadini. E' quindi importante sapere cosa fare in caso di avvistamento di una tartaruga marina in difficoltà, può succedere durante una passeggiata sulla spiaggia o a bordo di una barca.

Come prima cosa, fa sapere il Wwf, è importante raccogliere informazioni: data e luogo dell'avvistamento, dimensioni dell'esemplare (per convenzione si utilizza la lunghezza in linea curva del carapace, dal centro del punto di contatto tra carapace e collo al più sporgente degli ultimi due scudi del carapace), condizioni dell’animale (vivo, ferito, morto), descrizioni di eventuali ferite o problemi dell’animale, sigla e indirizzo di eventuali targhette di identificazione e se possibile una foto.

Per i pescatori che utilizzano reti a strascico, l'indicazione è di non rimettere in mare gli esemplari deboli o morti, ma lasciarli il più a lungo possibile sul ponte, all’asciutto, all’ombra, con la parte posteriore rialzata: è possibile che siano in questo stato a causa della prolungata apnea e che in questo modo si riprendano (per quelle nelle peggiori condizioni possono essere necessarie molte ore), se rimesse in mare potrebbero non avere la forza di rimanere in superficie per respirare. In ogni caso rilasciare l'animale prima di rientrare in porto, a meno che non siate già in contatto con un centro di recupero.

Per i pescatori che usano il palangrese: non issare a bordo la tartaruga tirando il bracciolo perché il peso del suo corpo sull’amo potrebbe incrementare le lesioni interne. Inoltre, cercare di tagliare il bracciolo il più vicino possibile alla bocca: spesso viene ingerito e provoca fatali ostruzioni a livello intestinale.