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Terremoto: 35 anni dopo l’Irpinia è una scommessa vinta fra arte e gusto

23 novembre 2015 | 16.06
LETTURA: 8 minuti

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Panorama dal Castello di Monteverde, in Irpinia

di Veronica Marino

L'Irpinia ha scommesso sulla vita. E si vede. Sono passati 35 anni dal terremoto che l'ha colpita e da allora, era il 23 novembre 1980, a dispetto delle difficoltà, materiali e non solo, il desiderio di futuro ha tirato fuori dalle rovine e dal lutto ogni preziosa risorsa. E in Irpinia ce ne sono tante: borghi colmi di testimonianze storiche, castelli, chiese, fortezze, pregiate cantine, eccezionali artigiani del gusto, della ceramica, del ricamo con il famoso merletto a tombolo. Borghi separati fra loro da chilometri di bellezza: colline, vigneti, montagne, fiumi, castagneti, ettari ed ettari di coltivazioni meticolose, feconde e intense nei colori. Ad unirli, tutti, l'appassionato e tenace ingegno degli irpini che il progetto finanziato dalla Regione Campania, 'Irpinia Madre Contemporanea', ha saputo far conoscere attraverso un tour fittissimo di incontri ed eventi iniziato il 3 ottobre e ancora in corso di svolgimento fino al 27 gennaio quando si terrà il concerto di musica polifonica 'Gesualdo Consort of Gesualdo'.

Un tour che, dal 21 novembre all’8 dicembre, intreccia il suo cammino con quello di artisti contemporanei, ormai noti nel mondo, che proprio da questa terra traggono la loro ispirazione. Giuseppe e Lucio Perrone, Perino e Vele, Eugenio Giliberti e Umberto Manzo. I loro studi si trovano tutti a Rotondi, in Via Varco. Intrigante coincidenza che ha reso questo tratto di strada extracittadina una enorme galleria di arte contemporanea in mezzo alla natura. Fortemente diversi l'uno dall'altro questi creativi si incoraggiano a vicenda nel portare avanti la loro arte, ponte fra l'Irpinia di ieri e di domani, fra la natura e l'uomo-tecnologico, in una ricerca continua di senso fra armonie e dissonanze.

Giuseppe e Lucio Perrone sono due gemelli, condividono gli spazi dello studio, ma sono fortemente diversi: “Io e Peppe – dice Lucio – siamo due artisti che non lavorano a quattro mani ma le nostre opere (tutte fatte in legno da loro e poi rivestite), pur sembrando così lontane, hanno un unico filo conduttore e cioè il territorio: l'uovo, il rospo, l'oca realizzati da Peppe, i pesci da me. Tutti fanno parte di questo luogo. Se fai una passeggiata qui, al lago, li incontri tutti e così noi li riutilizziamo come una metafora. Li facciamo diventare dei personaggi che nelle loro azioni rispecchiano la società con tutti i suoi paradossi che prendono forma. I miei pesci che sbucano dalle pareti o i cavalli parlano di cose che non potrebbero succedere, cose allucinanti, che però succedono. La cronaca ce lo mostra”.

L'arte diventa manifesta denuncia con Perino e Vele: “Nei nostri lavori – dice Emiliano Perino - si può notare la costanza nell'affrontare tematiche sociali, civili e politici della nostra zona: inquinamento, criminalità organizzata. Il nostro è anche un lavoro di denuncia delle cose negative del nostro territorio”. La carta dei giornali è il materiale da cui in genere le loro opere vengono realizzate. E c'è un motivo: “Ci divertiamo a vedere nel frullatore le parole che vengono macinate per poi essere ricomposte in un'opera - spiega Luca Vele – L'informazione diventa così scultura, disegno, quadro e quindi diventa la nostra informazione. E, a volte, controinformazione”.

E' invece il rapporto diretto con i frutti della terra di Irpinia uno dei punti di snodo dell'opera di Eugenio Giliberti, artista che da Napoli ha deciso di trasferirsi a Rotondi, nella masseria di famiglia. Una scelta che ha portato Giliberti ad instaurare una relazione molto più forte e profonda con la natura, ben raccontata dalla sua 'Stanza della potatura': una stanza tutta bianca, tappezzata di tondini di legno, frutto della potatura del suo meleto. “Il mio lavoro - spiega - parte da una idea molto semplice e immediata e poi si arricchisce via via di pensieri durante la lunghissima esecuzione. L'opera parla così di relazioni e contrasti come quello fra la perfezione geometrica secondo la quale sono disposti i dischetti di melo e l'imperfezione apparente di questi dischetti che, di contro, mostrano una perfezione sistemica. Noi parliamo di un sistema che va verso la perfezione quando comprende più variabili possibili. Nel caso della natura, quindi, questi sono dei cerchi perfetti, nel senso che sono i cerchi perfetti che accolgono tutte le variabili che la natura gli ha offerto”.

Umberto Manzo, ogni mattina percorre la strada che da Napoli porta a Rotondi e in questo piccolo viaggio quotidiano raccoglie nuovi stimoli nel rapporto fra il dentro e il fuori di sé, fra l’uomo e la natura, fra arte visiva e materia, fra memoria e presente: “Arrivare in questo luogo significa avvertire la presenza forte della natura. Questo, però, non significa abbandonare il bagaglio che mi porto dietro da anni di ricerca ma arricchire il linguaggio attraverso il paesaggio. Mentre prima la mia ricerca era interiore e quasi mi blindavo nello studio di Napoli per scavare dentro di me e tirare fuori delle cose, oggi non posso fare a meno di relazionarmi, aprirmi a questo luogo così forte e quindi espormi". Per ‘Irpinia Madre Contemporanea’ Manzo ha realizzato un’istallazione ad hoc, attraverso i frammenti di altre sue opere, dal titolo ‘Le cose che ho dentro’. Un’opera intima ed espansa, dove la sequenza temporale delle diverse opere dell'artista si dissolve per cogliere un tutto unico nel qui ed ora.

L’Irpinia fa la corte anche al palato e così mette in mostra con orgoglio le sue tradizioni che vanno in giro per l’Italia e per il mondo. Il torronificio Di Iorio Dentecane nel comune di Pietradefusi è storia - affonda infatti le sue radici nel 1700 - ma è anche gusto e innovazione: negli anni ’50 inventa il pantorrone (con Pan di Spagna farcito di liquore), poi il primo torrone per diabetici e quest’anno il torrone con lo zucchero di canna. Anche Cremona fa la corte a Di Iorio Dentecane e distribuisce i suoi torroni. Passione e sapori in primo piano anche nell’Azienda Castanicola Perrotta dove Antonio, padrone di casa, racconta il percorso della castagna di Montella, Igp, dall’albero all’essicazione a legna sui gratali. L’Irpinia è anche culla di artigiani che incantano il mondo: un lustro per Ariano Irpino è la bottega di Luigi Russo, le cui ceramiche abbelliscono l’aeroporto di Tunisi e il Chiostro di Santa Chiara a Napoli. Il suo tappeto di maioliche con l’aquila ha viaggiato persino oltre oceano, fino agli Stati Uniti.

Ma Ariano Irpino custodisce è anche sede del Museo della Civiltà normanna e del Museo della Ceramica ricchissimo di pezzi locali risalenti soprattutto al XVII e XVIII secolo fra cui spiccano vasi a segreto dalle forme più sorprendenti, vasi da cui era impossibile bere senza conoscere il segreto del manufatto. Oltre ad Ariano tanti comuni irpini sanno catturare l’attenzione. Montefusco, con l’ex castello, poi tribunale e infine terribile carcere borbonico (una frase campeggia eloquente all'ingresso: "Chi entra a Montefusco e poi ne esce, può dire che sulla Terra un'altra volta nasce") preserva importanti testimonianze che fanno da monito per il futuro, Torella dei Lombardi sfoggia il suo castello, Montella il santuario di San Francesco e il complesso monastico di santa Maria del monte. Dulcis in fundo il comune di Monteverde, al confine con Puglia e Basilicata, con il suo borgo incantevole, fra i più belli d’Italia, il grande spettacolo dell’acqua e la famosa azienda di organi a canne di Michele Continiello. Tutte sorprese di questa terra che incitano a commemorare il terremoto con l’orgoglio di avercela fatta.

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