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Firenze: morta crocifissa, cappellano carcere, non chiamate Viti 'mostro' (3)

23 maggio 2014 | 17.47
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(Adnkronos) - "La risultante è un fenomeno sociale omologato ed omologante. Chi si permette di dire 'quello non è un mostro'? La necessità di affermare che non si tratti più di una persona umana, quali che siano le responsabilità che si è assunto, sorge dal fatto di doversi 'ad ogni costo' chiamare fuori e lontano dalle similitudini tra noi e il 'mostro'. Il 'mostro', la 'belva', infatti, come si sa, è qualcosa di diverso dagli uomini e delle donne che mostri non sono. Ecco, è questa esclusione perentoria a dircela lunga - scrive sempre il cappellano del carcere - Secondo noi questa durezza escludente, ancorchè un falso eclatante, è forse la spia di ciò che ci spinge dentro e che nell’intimità del cuor nostro ci fa sentire simili al 'mostro'. E’ ben nota la storia del capro espiatorio, che gioca nei fatti lievi e nei fatti gravi. Così come è nota la metafora secondo la quale a scricchiolare più forte è sempre lo scalino più scassato!''

"Ora noi vorremmo segnalare che il coro mediatico contro Riccardo Viti, è di per sé un mandato sociale che allude apertamente all’eliminazione di questa persona. Non sono pochi i casi di persone che nella condizione concreta di Riccardo Viti hanno perso la vita senza il minimo dispiacere di alcuno. Anzi è proprio la teoria del capro espiatorio che richiede questo passaggio quali che siano le mani o le parole istiganti in tal senso. Quando c’è un mandato sociale così vasto, è ragionevole prevedere questa ulteriore conseguenza. Noi vogliamo collocarci fuori e lontano dal coro e ci auguriamo che Riccardo possa vivere a lungo per superare la tragica fragilità che lo ha reso responsabile di un fatto grave e ormai irreparabile", conclude don Vincenzo Russo.

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