Chiari (Amal For Education), "emergenza abitativa è il problema principale"
"Metà Turchia è diventata una sorta di campo profughi" dopo che milioni di persone hanno lasciato la zona del sud-est più colpita dal devastante sisma dello scorso 6 febbraio che ha provocato oltre 45mila morti. Lo dice all'Adnkronos Isabella Chiari, fondatrice e presidente di Amal for Education, un'ong italiana dedicata allo sviluppo e promozione di progetti di sostegno all'educazione in aree di conflitto e che dopo il terremoto ha ampliato il suo raggio d'azione, avendo distribuito "44mila pasti" agli abitanti dei villaggi e delle aree rurali meno raggiunte dagli aiuti.
L'ong, che opera dal 2013 e ha in Turchia due centri base, uno a Kilis e un altro a Gaziantep, lancerà a breve un nuovo progetto che riguarda il sostegno psico-sociale alle persone che vivono nelle tende, spiega Chiari, secondo cui a un mese dal terremoto c'è un "gravissimo problema" di mancanza di alloggi. Tanti edifici pericolanti continuano ad essere demoliti e "c'è un aumento" delle persone che vivono nelle tende. A Kilis, ad esempio, "non esiste un alloggio ordinario disponibile", prosegue la cooperante, che parla di un "grandissimo movimento" di persone dalle città più colpite come Iskenderun, Antakya, Islahiye, Samandag, Nurdagi, Diyarbakir e Kahramanmaras verso zone ritenute più sicure come la stessa Kilis, Mersin e Adana.
"La conseguenza è la difficoltà di queste aree ad assorbire un numero elevatissimo di persone sia dal punto di vista degli alloggi che lavorativo", afferma la fondatrice di Amal for Education, rimarcando come solo a Kilis ci sia stato un aumento demografico del 27% che tradotto in pratica significa emergenza abitativa e tendopoli.
Chiari, che mentre è al telefono racconta di aver avvertito l'ennesima scossa di assestamento, evidenzia anche le difficoltà di vita nelle zone rurali "rimaste come erano un mese fa" e dove gli aiuti faticano ad arrivare. Sulle polemiche divampate in Turchia per il presunto ritardo della risposta del governo, Chiari ritiene che "nessun Paese al mondo era pronto a una crisi di tali proporzioni. Non ho gli strumenti per giudicare, ma un elemento di riflessione è che la protezione civile turca (Afad) grazie all'esperienza maturata con i rifugiati siriani, ha un'enorme esperienza nella gestione dei campi, mentre forse economicamente non c'è la capacità di rispondere".
Sulle prospettive di ripresa dell'area devastata dal sisma, la cooperante - che auspica un piano di ricostruzione immediato - ritiene che "le conseguenze si sentiranno per decine di anni" in quanto la gravità della situazione non fa pensare a soluzioni a breve termine. "Alcune città più piccole sono state rase al suolo e si sono svuotate, mancano dei servizi di base di qualcune tipo - afferma - Le persone non possono nemmeno comunicare con i parenti perché nella fuga hanno perso telefoni o carte d'identità".
E nelle zone limitrofe la vita stenta a tornare alla normalità. "A Kilis hanno riaperto le scuole ma non ci va nessuno. Sono praticamente vuote. E queste perché le persone hanno ancora molta paura dato che continuano ad esserci scosse anche di entità significativa", conclude.