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A galla la verità sui Rokes, spiati, censurati dalla Rai e sfruttati

18 gennaio 2021 | 16.09
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L'autore dell'inchiesta Michele Bovi porta alla luce una storia di soprusi e depositi 'infedeli' presso la Siae che costrinse la band a raccogliere briciole rispetto a profitti di oltre 5 mln di dischi venduti

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The Rokes
Roma, 18 gen. (Adnkronos)

Viene a galla, a distanza di mezzo secolo, la verità sui The Rokes, una delle band più popolari in Italia nei 'favolosi anni Sessanta' con oltre 5 milioni di dischi venduti. Una band che, secondo quanto emerge dall'inchiesta del giornalista Michele Bovi, non solo è stata sfruttata, ma anche censurata e persino spiata dall'intelligence. "Incassarono solo spiccioli, diciamo pure briciole, rispetto all’imponente giro d’affari messo in circolo con le loro canzoni - racconta all'Adnkronos Bovi, che domani pubblicherà la sua indagine su Rockol.it - Dietro alla facciata dorata del gruppo idolatrato dai ragazzini si muoveva infatti una realtà fatta di interessi di produttori, discografici, editori, impresari che riducevano all’osso i guadagni destinati ai quattro protagonisti. Shel Shapiro, Johnny Charlton, Bobby Posner, Mike Shepstone ovvero i quattro musicisti inglesi che formavano la band - sottolinea - girarono film con Totò, Caroselli con Rita Pavone, parteciparono a due Cantagiri, gareggiarono in tre edizioni del Festival di Sanremo. A loro sono dedicati due libri appena pubblicati che portano quasi lo stesso titolo: 'Ascolta nel vento' scritto da Luciano Ceri per l’editore Iacobelli e 'Ascolta: nel vento c’è il primo sintomo. La rivoluzione del beat in Italia (1963/1966)', firmato e autoprodotto dal Circolo amici del vinile'".

Ma i documenti scovati da Bovi vanno oltre la biografia artistica e la discografia ufficiale: tra comunicazioni scritte con la casa discografica e testimonianze video dei quattro musicisti affiorano vicende sorprendenti, quelle di "rockstar prigioniere di contratti capestro, costrette, diventate celebri, a rispettare condizioni e percentuali stabilite quand’erano quattro orchestrali squattrinati alla essenziale ricerca di vitto e alloggio con, per giunta, l’handicap di essere cittadini stranieri e soprattutto privi della tutela riguardo alla propria opera dell’ingegno. Un confronto tra i crediti autoriali stampati sulle etichette dei dischi e quelli trascritti nei depositi della Siae (i soli che generano profitti) - evidenzia Bovi- indica infatti una serie stupefacente di infedeltà. Quei quattro inglesi, i primi a mostrarsi coi capelli lunghi, in un’Italia alle prese con profonde mutazioni sociali, tra rivoluzioni giovanili in cui la musica, anche la loro, giocava un ruolo importante, furono bersaglio di censure da parte della Rai e di monitoraggi da parte dell’intelligence".

"Il chitarrista dei Rokes Johnny Charlton mi ha raccontato - dice Bovi - che avevano elementi per sospettare che la casa discografica per la quale incidevano, la Rca italiana, succursale dell’azienda statunitense, li spiasse, magari per conto dell'intelligence americana. Ed erano certi che il loro telefono fosse sempre sotto controllo".

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