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Accordo clima, Trump e gli effetti economici. L'analisi di Clini

15 novembre 2016 | 12.00
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“Non penso che il presidente Trump abbia intenzione di mettere in discussione i dati delle agenzie governative del suo Paese. Invece, dobbiamo aspettarci che contesti gli effetti sull’economia Usa degli accordi internazionali per la riduzione dell’uso dei combustibili fossili”. Così all'AdnKronos l’ex ministro all’Ambiente Corrado Clini, sulle posizioni del neoeletto presidente degli Stati uniti Donald Trump in merito ai cambiamenti climatici. (TESTO IN INGLESE)

La posizione di Trump, ricorda Clini, “è la stessa già espressa dal Senato Usa nel 2015, ed è molto simile alle motivazioni che nel 1999, durante la presidenza Clinton, portarono al voto unanime contro la ratifica del Protocollo di Kyoto. E tutti sanno che se Obama avesse sottoposto l’accordo di Parigi al Senato, gli Usa non lo avrebbero ratificato”. Per questo, “Trump è più il bambino della favola di Andersen ‘I vestiti nuovi dell’imperatore’ che non il genio del male che fa saltare l’impegno globale sul clima perché si concentra sugli effetti economici dell’accordo".

L’attuazione dell’accordo di Parigi richiederebbe la riduzione nei prossimi 25 anni del consumo globale di combustibili fossili dall’86% al 50%. Concretamente il peso del carbone nel portafoglio energetico globale dovrebbe passare dall’attuale 30% al 12%, quello dell’olio combustibile dal 32% al 22%, quello del gas naturale dal 24% al 15%.

Nello stesso periodo, secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, è previsto un aumento della domanda globale di energia del 35%, soprattutto in India, Cina, Sud est Asiatico, Sud America e Medio Oriente, ovvero in aree che non possono rinunciare all’energia per sostenere la propria crescita.

Trump, sottolinea Clini, pone un problema, che è anche dell’Europa: come evitare che, nell’ambito del “pacchetto” globale della riduzione dei combustibili fossili, l’aumento dei consumi energetici nelle economie emergenti e in via di sviluppo non abbia come contrappeso l’impoverimento delle economie più sviluppate?

Quali dovrebbero essere le regole e i meccanismi finanziari globali in grado di garantire nello stesso tempo l’accesso agli investimenti necessari da parte dei Paesi e delle imprese, e la concorrenza leale nel mercato mondiale dell’energia?

Sarebbe utile, nota Clini, “che i negoziatori che discutono l’attuazione dell’accordo di Parigi prendano atto che è urgente l’accordo per un’agenda sull’economia e la geopolitica dei cambiamenti climatici che va gestita al più alto livello dei governi, delle istituzioni finanziarie internazionali e delle grandi imprese multinazionali dell’energia e dell’industria. Questo è l’unico modo per affrontare l’intricato puzzle del cambiamento climatico, incluse le difficili e magari spiacevoli domande che emergono dagli Usa”.

“Spero che non si voglia utilizzare il presidente Trump per trovare un colpevole del fallimento dell’accordo di Parigi, così come con Bush nel 2001 per il Protocollo di Kyoto. Ma il Protocollo di Kyoto è fallito – conclude Clini - perché sono mancati gli strumenti per orientare in modo bilanciato l’economia globale verso la decarbonizzazione, non diversamente da quello che già si vede per l’accordo di Parigi”.

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