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Afghanistan, Bertolotti (Ispi): "Scordiamoci diritti, ma Emirato islamico forse più moderno"

16 agosto 2021 | 13.02
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"Potrebbe avvicinarsi al modello iraniano, obiettivo è riconoscimento internazionale quanto più ampio possibile"

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(Afp)

Rinunciare ad "alcune delle loro manifestazioni più violente" per ottenere un riconoscimento internazionale "quanto più ampio possibile". Questo potrebbero fare i Talebani a cui si è arresa Kabul. Anche se dovremo "sostanzialmente scordarci la maggior parte dei diritti acquisiti" dal 2001 ad oggi. E' l'analisi di Claudio Bertolotti, ricercatore associato Ispi e direttore di Start InSight. Rispetto alla leadership talebana che dominò tra il 1996 e il 2001, dice in un'intervista ad Aki - Adnkronos International, "cambierà molto da un punto di vista politico" perché, spiega, i Talebani "si interfacceranno e faranno il possibile per creare relazioni diplomatiche consolidate che portino a un riconoscimento quanto più ampio possibile a livello internazionale".

E per questo loro "obiettivo principale" potrebbero "rinunciare ad alcune delle loro istanze", anche se agli eredi del movimento fondato dal mullah Omar "non interessa nulla delle sanzioni". Dobbiamo "sostanzialmente scordarci la maggior parte dei diritti acquisiti fino ad oggi", afferma Bertolotti, e "potremmo anche immaginare un Afghanistan che non sarà più la Repubblica islamica dell'Afghanistan così come l'abbiamo conosciuta in questi 20 anni, bensì sarà un emirato islamico forse in versione più moderna rispetto alla vecchia". E, da un punto di vista organizzativo, potrebbe "avvicinarsi sempre più al modello iraniano".

'sanzioni? Funzionerebbero solo se aderissero tutti'

Ovvero, un "capo politico", identificato in questo momento nel mullah Abdul Ghani Baradar, che "sarebbe subordinato alla presenza dell'emiro", una "guida spirituale", che "rimarrà quello designato dal Supremo consiglio supremo di Quetta", che dà "indicazioni di carattere ideologico e teologico". Hibatullah Akhundzada è stato nominato nel maggio del 2016, dopo la morte del mullah Akhtar Mansour in un attacco di un drone Usa nel vicino Pakistan.

In estrema sintesi, un 'modello' che vedrebbe Baradar come il presidente iraniano Ebrahim Raisi e Akhundzada come la Guida Suprema iraniana Ali Khamenei? "E' un'ipotesi - risponde Bertolotti - Potrebbe essere uno scenario verosimile. Una formula che potrebbe essere una pillola molto meno amara per la comunità internazionale".

Sui Talebani che hanno preso Kabul dopo 20 anni di operazioni delle forze internazionali funzionerà un pressing della comunità internazionale? "Temo di no - afferma l'esperto - Ai talebani delle sanzioni non interessa nulla. Sono stati un gruppo in guerra per 20 anni e le sanzioni da un punto di vista storico non hanno mai portato a ottenere il risultato sperato, ma hanno avuto sempre ripercussioni sulla popolazione e questo non indebolirebbe i Talebani, ma peggiorerebbe semplicemente la situazione socio-economica del Paese". E l'opzione sanzioni, evidenzia, "sarebbe valida solo se tutti aderissero", ma "dubito siano disposti a farlo Paesi come la Cina, il Pakistan e altri Paesi confinanti".

'sono stati bravi negli anni a tessere relazioni e rapporti diretti con altri Paesi'

I Talebani di 'oggi', spiega, o "componevano già la vecchia leadership" che ha dominato tra il 1996 e il 2001 o "sono a loro affiliati o legati per legami di sangue, figli di quelli che furono i mujahiddin talebani che fondarono e guidarono il movimento sin dall'inizio". Tra gli 'eredi', ricorda, spiccano Sirajuddin Haqqani - numero due dei Talebani, figlio di Jalaluddin Haqqani, a capo dell' "omonima rete legata ad al-Qaeda, che ha sempre operato all'interno delle fila talebane fin dalla nascita" - e l'altro "braccio destro" di Akhundzada, il figlio del mullah Omar, il trentenne mullah Yaqoob che è "di fatto responsabile dell'area sudest del Paese per quanto riguarda la componente militare". E quindi, osserva, "da un punto di vista organizzativo e di persone sono sostanzialmente rimaste le stesse, ma hanno cambiato l'approccio", un dato che emerge "in particolare nella loro comunicazione pubblica".

Con l'obiettivo del "riconoscimento internazionale, rimarca, i Talebani "sono stati estremamente bravi ed efficaci negli anni, a tessere relazioni e rapporti diretti con le cancellerie e le ambasciate degli altri Paesi", soprattutto quelli confinanti, ma "non solo". E, conclude, "il loro primo grande successo" risale all'epoca dell'Amministrazione Obama, quando "sono riusciti a costituire un ufficio politico a Doha, in Qatar", quello che fino ad oggi è stato usato dai Talebani per i negoziati e le trattative che "hanno portato allo stato attuale delle cose".

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