Libia, l'allarme: "Piccole imprese italiane a rischio chiusura"

ECONOMIA
Libia, l'allarme: Piccole imprese italiane a rischio chiusura

(Afp)

Diverse piccole imprese italiane dell'Oil & Gas rischiano la chiusura se il conflitto in Libia proseguirà per mesi, avendo già una situazione di sofferenza dal 2009. A lanciare l'allarme in un'intervista ad Aki-Adnkronos International è Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli Italia, federazione petrolifera indipendente che riunisce aziende del settore energetico.


Marsiglia spiega le ragioni delle difficoltà a cui stanno andando incontro le imprese italiane. "Se per questioni belliche le aziende devono ritirare il personale le attività si bloccano. Ma i contrattisti che hanno vinto delle gare e che hanno fornito le fideiussioni vanno in difficoltà perché le aziende appaltatrici pretendono lo stesso che il contratto venga onorato, altrimenti scattano le penali oppure vengono riscattate le fideiussioni", afferma Marsiglia.

Tutto ciò manda in apnea soprattutto "le strutture più piccole, i contrattisti, che fanno l'85% del fatturato grazie alla Libia e sono a rischio chiusura. Tutto il comporto Oil & Gas è a rischio, ma non i big", precisa il presidente di FederPetroli, secondo il quale "le aziende in Libia, non solo quelle italiane, non vengono pagate dal 2009 oppure hanno ricevuto piccoli acconti". E in questo momento di difficoltà, prosegue Marsiglia, "chi ha investito cosa può fare? Va a bussare a Cassa Depositi e Prestiti? Certo che no".

"Le tensioni in Paesi importanti per la produzione di petrolio come la Libia si ripercuotono sui prezzi" finali per il consumatore, continua Marsiglia. Secondo Marsiglia, le conseguenze sui prezzi della benzina come del gas sono dovute a diversi fattori. Il primo sono "gli operatori di Borsa che ci speculano e quindi che scenda o che salga il prezzo (del petrolio), fanno rendimenti da mettersi in tasca".

Il secondo fattore è legato direttamente alle conseguenze del conflitto in Libia. Marsiglia cita quindi un esempio concreto per spiegare la situazione. "I porti in Libia sono bloccati. Se una nave non riesce a scaricare attrezzature nei porti libici l'armatore si ferma con l'imbarcazione al largo, non è che torna indietro, si ferma lì. Ogni giorno che passa per noi sono costi in più. Basta considerare che una petroliera ferma a Porto Marghera costa 25mila dollari ogni metà giornata e se non ha spazio per scaricare nei depositi, i costi salgono in maniera impressionante. Questo, oltre ad altri problemi infrastrutturali, si ripercuote sulla rete di distribuzione facendo salire il prezzo della benzina", spiega il presidente di FederPetroli.

Un altro problema, denuncia Marsiglia, riguarda le assicurazioni dei carichi petroliferi. "In caso di conflitto l'armatore si assicura la nave, mentre l'imprenditore si assicura il carico, ma quando quest'ultimo va dall'assicurazione internazionale per stipulare la polizza per un certo importo i costi sono altissimi. Questo, insieme al prezzo del greggio, va a sballare qualsiasi tipo di offerta e quotazione", conclude.



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