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Saleem come Giulio, ucciso per le sue domande

POLITICA
Saleem come Giulio, ucciso per le sue domande

(FOTOGRAMMA IPA)

Syed Saleem Shahzad avrebbe compiuto 48 anni questo mese. Sono passati sette anni da quando il corrispondente di Aki - Adnkronos International è stato rapito e trovato morto con segni di tortura in un canale nel nordest del Pakistan il 31 maggio 2011. Una storia che ricorda da vicino quella di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso in Egitto nel 2016. "Non si saprà mai chi e perché ha ucciso Saleem": a parlare è Anita, la vedova del giornalista che, poco prima della sua morte, stava lavorando sui legami tra terroristi e militari. ''Credo nella giustizia di Allah per Saleem e per i nostri sacrifici" afferma la donna a proposito dell'inchiesta sull'omicidio del marito e su una possibile giustizia.

Rimasta a vivere con i tre figli in Pakistan, considerato il secondo Paese al mondo più pericoloso per i giornalisti dopo il Messico, la donna racconta ad Aki le difficoltà incontrate dopo la morte di Saleem: "Non abbiamo ricevuto alcun aiuto dal governo. Non abbiamo ricevuto aiuto da nessuno" ha detto la vedova, raccontando delle difficoltà di ''dover gestire da sola i miei figli, le finanze e anche gli aspetti emotivi''.

''Sono stanca, ma questo è quello che la vita mi ha dato - prosegue Anita - Allah mi ha reso grazia dandomi tre figli buoni e intelligenti. Il tempo mi renderà giustizia, per questa lotta che sto conducendo da sola''. Definendosi ''una donna forte'', Anita parla di ''vuoto incolmabile lasciato dal padre nei confronti dei figli'', che neanche ''la mia forza e il mio coraggio possono colmare''.

Di Saleem, Anita parla come di ''un buon padre e un buon marito. Sarebbe stato ora il momento per lui di godersi i figli grandi, le loro confidenze e i loro successi''. Il primogenito, 20 anni, sta frequentando l'università; la figlia di 17 è al liceo, mentre l'ultimo nato ha ormai 15 anni. ''Sanno che il padre è stato ucciso mentre stava facendo il suo lavoro, così credono che sia un martire'' spiega Anita. Nessuno dei figli, prosegue, vuole seguire l'esempio professionale del padre. ''Nessuno farà il giornalista. Ora sono molto concentrati sui loro studi, vogliono diventare persone di successo. E fare buone azioni'', dice la donna.

COSA E' SUCCESSO - Il corpo senza vita di Syed Saleem Shahzad, uno dei massimi esperti di terrorismo della regione, è stato ritrovato il 31 maggio 2011 in un canale nei pressi di Sara e Alamgir, a circa 150 chilometri da Islamabad. Il cadavere presentava evidenti segni di tortura, con lividi sul volto e costole rotte. Saleem era nato il 3 novembre del 1970 a Karachi, dove ora è sepolto nel cimitero di Qayyumabad. Sulla sua morte è stata aperta un'inchiesta ma a sette anni di distanza non c'è ancora un colpevole.

Saleem è stato autore di numerosi reportage sui gruppi islamici attivi in Pakistan e nella regione, sul terrorismo e sui legami tra terroristi e militari. Proprio su quest'ultimo tema - in particolare sui legami tra al-Qaeda e Marina pakistana in relazione a un attentato contro una base militare - stava lavorando quando è stato ucciso, tanto da far puntare il dito, da parte di Ong e di colleghi pakistani, contro l'Isi, i servizi segreti di Islamabad.

Attivista Pakistan: "Per Saleem poche speranze di giustizia" - "Difficilmente si arriverà mai alla verità ma bisogna continuare a lottare per avere giustizia". Zohra Yusuf, presidente della Commissione per i diritti umani del Pakistan (Hrcp), ricorda bene Saleem Shahzad per le sue inchieste sulle infiltrazioni jihadiste all'interno dell'esercito pakistano. Anche il corpo senza vita di Shahzad, come quello di Giulio Regeni, è stato ritrovato in un canale con evidenti segni di tortura e anche nel suo caso i sospetti rimangono incentrati su organi dello Stato, in particolare l'Isi, i potenti servizi di intelligence pakistani.

Giornalista, oltre che attivista dei diritti umani, la Yusuf non nasconde all'AdnKronos la scarsa fiducia che nutre nei confronti delle autorità pakistane: "In un Paese in cui non si riesce nemmeno ad identificare, processare e condannare le persone coinvolte nell'assassinio di un ex premier e leader politico di primo piano (Benazir Bhutto, ndr), la verità sulla morte di un giornalista potrebbe non essere mai scoperta" ammette. "Tuttavia, dobbiamo continuare a chiedere giustizia per Saleem e per la sua famiglia".

L'INCHIESTA - All'epoca, nonostante il clamore internazionale suscitato dalla morte di Shahzad, l'inchiesta non portò a nulla. "Ufficialmente, c'è il rapporto dei cinque membri della commissione d'inchiesta che dopo sei mesi non è giunta ad alcuna conclusione o risposta su 'chi' e 'perché'" ricorda la Yusuf. "Ma sia le organizzazioni per i diritti umani che quelle della stampa - aggiunge - hanno continuato a sospettare l'Isi, per gli articoli di Saleem sulle infiltrazioni di Al Qaeda e dei Talebani all'interno delle forze armate". Per la Yusuf, le circostanze del rapimento e dell'uccisione di Shahzad lasciano pochi dubbi.

"Il modo in cui venne preso e poi ucciso mostrarono risorse e capacità di pianificazione che escluderebbero il gesto di non professionisti. Ma le organizzazioni per i diritti umani non hanno le capacità per condurre un'indagine di questo tipo" dice la presidente dell'Hrcp. Lo stesso Shahzad, ricorda, "in varie email a diversi giornalisti e a 'Human Rights Watch' affermò che se fosse stato ucciso si sarebbe dovuto puntare il dito contro l'Isi". L'attuale clima politico, dopo la recente elezione come primo ministro dell'ex campione di cricket Imran Khan, non lascia molte speranze, secondo la Yusuf.

Il Pakistan rimane uno dei Paesi più pericolosi per i giornalisti. "Il clima politico post elettorale non è cambiato in meglio. Di fatto, le interferenze dell'Isi nei media sono diventate ancora più sfacciate. Una tendenza iniziata prima delle elezioni" dice la Yusuf. In particolare, cita i casi di Cyril Almeida, del Dawn, accusato di tradimento, mentre altri giornalisti vengono periodicamente arrestati: "Ad essere presi di mira sono soprattutto i giornalisti attivi sui social media. Alcuni hanno dovuto lasciare il Paese". In questo clima le speranze di riaprire il caso sono minime, se non nulle. "E tuttavia - conclude la Yusuf- dobbiamo continuare a chiedere giustizia per Saleem e per la sua famiglia".

FARNESINA - Il ministero degli Esteri, si legge in una nota, "farà i passi necessari per richiamare le Autorità egiziane a rinnovare con determinazione l'impegno, più volte espresso, anche al massimo livello, di raggiungere risultati concreti e significativi, che consentano di fare pienamente giustizia" nella vicenda di Giulio Regeni. Per il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi "la ricerca della verità sulla barbara uccisione di Giulio Regeni resta prioritaria nel quadro dei rapporti dell'Italia con l'Egitto, nella consapevolezza della forte richiesta di giustizia che proviene dai familiari del giovane ricercatore, dalle Istituzioni e dai cittadini italiani".

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