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Arrestata ex consigliera del Lazio, estorsione con metodo mafioso

29 gennaio 2020 | 13.00
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Insieme a Gina Cetrone sono finite in manette altre 4 persone. Toti chiarisce: "Non ha incarichi in 'Cambiamo' e non è iscritta"

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Immagine di repertorio (Fotogramma)

Arrestata Gina Cetrone, ex consigliera regionale del Lazio per il Pdl. Insieme a lei i poliziotti della Squadra mobile di Latina, su disposizione del gip di Roma, hanno arrestato altre quattro persone. Tutti in carcere, sono accusati a vario titolo, di estorsione, atti di illecita concorrenza e violenza privata aggravati dal metodo mafioso.

"Gina Cetrone e il marito si sono rivelati i soggetti scaltri e pericolosi che non hanno avuto alcuno scrupolo nel ricorrere in diverse occasioni ai Di Silvio per inibire e condizionare l'attività imprenditoriale di un concorrente e per interferire sull'andamento della campagna elettorale". Lo riporta il gip, Antonella Minunni, nell'ordinanza cautelare.

Le indagini sono il risultato degli approfondimenti che la Squadra mobile sta conducendo, sotto il coordinamento della Dda diretta dal procuratore facente funzioni Michele Prestipino, sulle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Renato Pugliese e Agostino Riccardo.

Oltre a Gina Cetrone sono finiti in manette Armando, Gianluca e Samuele Di Silvio e Umberto Pagliaroli. I fatti risalgono alla primavere del 2016. Seconda l'accusa nell'aprile di quell'anno la donna insieme al marito, come creditori di un imprenditore di origini abruzzesi, in relazione a forniture di vetro effettuate dalla società a loro riconducibile Vetritalia srl, hanno richiesto l'intervento di Samuele e Gianluca Di Silvio e di Agostino Riccardo per la riscossione del credito, previa autorizzazione di Armando Di Silvio detto 'Lalla', capo dell'associazione.

Cetrone insieme al marito, sempre secondo quanto ricostruito nelle indagini coordinate dalla Dda di Roma, dopo aver convocato l'imprenditore presso la loro abitazione gli avrebbero richiesto il pagamento immediato della somma dovuta, impedendogli di andare via a bordo della sua auto. La coppia avrebbe costretto l'uomo ad attendere l'arrivo di Agostino Riccardo, Samuele Di Silvio e Gianluca Di Silvio che una volta sul posto lo hanno minacciato, prospettando implicitamente conseguenze e ritorsioni violente nei suoi confronti e verso i suoi beni. Questi ultimi avrebbero costretto poi l'imprenditore a recarsi il giorno dopo in Banca, sotto la loro stretta sorveglianza e di quella di Pagliaroli che lo attendevano fuori dall'istituto bancario e ad effettuare un bonifico di 15mila euro a favore della società e a consegnare 'per il disturbo' 600 euro.

Armando Di Silvio, attualmente in carcere per il procedimento 'Alba Pontina' "si conferma capo e promotore dell'associazione e ha una caratura criminale davvero eccezionale - si legge nel provvedimento - E' lui che risolve le questioni sorte all'interno della consorteria, che decide la ripartizione dei profitti illeciti, anche nelle estorsioni in esame. Rappresenta il punto di riferimento per tutti, colui che dice la prima ed ultima parola su ogni questione così come nei patti che l'organizzazione criminale stipula con esponenti politici". Nell'ordinanza i figli di Armando, Gianluca e Samuele, vengono definiti "pericolosi, scaltri, spregiudicati e senza scrupoli".

Dalle indagini sono emersi anche presunti illeciti connessi alle elezioni elettorali nella provincia di Latina. Secondo quanto ricostruito Agostino Riccardo e Renato Pugliese, proprio su indicazione della Cetrone e del marito, avrebbero costretto addetti al servizio di affissione dei manifesti elettorali di altri candidati alle elezioni comunali di Terracina del giugno 2016 ad omettere la copertura dei manifesti della stessa Cetrone costringendoli ad affiggere i propri manifesti solo in spazi e luoghi determinati in modo che i suoi manifesti fossero più visibili. L'ex consigliere regionale Pdl e il marito, come riportato nell'ordinanza, avevano allacciato un accordo con il clan Di Silvio che, in cambio di un contributo di 25mila euro, si sarebbe attivato affinché la candidatura della donna a sindaco di Terracina (con la lista 'Sì, cambia') avesse il massimo della visibilità alle elezioni. Visibilità da ottenere "tramite affissione anche abusiva" dei manifesti elettorali di Cetrone "a scapito di quelli degli altri candidati". Nel provvedimento cautelare si fa riferimento all'episodio di violenza messo in atto ai danni di addetti al servizio di affissione. "Fateve il lavoro vostro e noi ci famo il nostro... non mi coprite Gina Cetrone sennò succede un casino", è la frase di Riccardo Agostino, poi collaboratore di giustizia, confermata in un interrogatorio del 16 luglio 2018.

"Gina Cetrone? Non so chi sia. Sarà qualcuna che si è avvicinata al nostro movimento. Magari che collaborava con i ragazzi del territorio in questa fase pionieristica. Ma a Roma non risulta che come direzione si sia mai affrontato tema di sue nomine e neppure risulta totalmente formalizzato il suo iter di iscrizione al movimento dai tabulati informatici. Io non ricordo di averci mai parlato, anche se può essere successo a qualche incontro di gruppo in Lazio. Aggiungerei che i fatti contestati risalgono al 2016 quando di certo non avevo alcuna idea neppure di costituire Cambiamo!''. Lo dice all'Adnkronos il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, leader di 'Cambiamo!', commentando l'arresto dell'ex consigliera regionale del Lazio.

"La Taverna, nonostante le nostre smentite, si ostina a legare in modo strumentale l’ex consigliera del Lazio Cetrone al nostro movimento Cambiamo, con il solo scopo di infangarci, l'unica cosa che riesce ancora al M5S (oltre a perdere le elezioni, cosa in cui sono maestri). Vabbè, ai Grillini scollegati con la realtà (ed evidentemente incapaci di leggere i comunicati stampa e le agenzie) siamo abituati", ha scritto in serata Toti su Facebook. "Ma - aggiunge - sulla doppia morale dei 5 Stelle, se non fosse tragica, ci sarebbe da morire dal ridere: ma a Roma chi governa? Quanti sono gli inquisiti? Quanti avvisi di garanzia sono arrivati nel 'Movimento dell'onestà' gridata in tutte le piazze (ma rimasta spesso solo lì)? Le risposte sono arrivate alle urne, dove loro sono praticamente scomparsi dallo scenario politico. Forse la Taverna oltre a non saper leggere, non sa neppure contare!".

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