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Arte: dai laboratori Enea i batteri 'restauratori' per riparare dipinti, affreschi e statue

10 aprile 2015 | 19.55
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Presto su opere custodite in Vaticano l'applicazione dell'innovativa tecnica made in Italy messa a punto dal team coordinato da Anna Rosa Sprocati che all'Adnkronos spiega: "Tecnica a basso costo e con molti vantaggi"

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Batteri per restaurare statue, dipinti, affreschi, antichi manoscritti. Piccolissimi organismi che si nutrono in maniera selettiva delle scorie da rimuovere dalle opere e che agiscono come e meglio di un solvente senza però essere aggressivi né per l'oggetto da trattare, né per la salute degli addetti ai lavori.

E' il biorestauro, la tecnica tutta italiana messa a punto dai ricercatori dell'Enea che verrà a breve applicata in Vaticano per il restauro della 'Madonna della Cintola', dipinto su legno, e per riparare i danni su statue e fontane che si trovano nei giardini della Santa Sede. Si tratta di una tecnica molto promettente. Finora infatti il laboratorio Enea ha selezionato ben 500 ceppi di batteri capaci di intervenire in diverse situazioni e su molteplici materiali.

Sprocati,

"Abbiamo isolato questi microrganismi e li abbiamo classificati in base a ciò che sono in grado di fare - spiega all'Adnkronos Anna Rosa Sprocati, coordinatrice del laboratorio Enea di Microbiologia ambientale e biotecnologie microbiche - creando poi una nostra banca dati. In base agli interventi che ci vengono richiesti dagli esperti, selezioniamo quindi in laboratorio i batteri più adatti, li sperimentiamo e li applichiamo per 'aggredire' determinate sostanze senza danneggiare le opere trattate".

E la tecnica presenta diversi vantaggi: è a basso costo "perché - assicura la ricercatrice - crescere dei batteri su larga scala non implica davvero grandi spese", non pone problemi etici perché si basa su organismi naturali non modificati geneticamente, è di facile applicazione e non è dannoso per la salute dei tecnici.

"Questo tipo di approccio - sottolinea Sprocati - interviene quando le tecniche tradizionali non sono soddisfacenti o quando per esserlo necessitano di prodotti aggressivi per le opere o tossici per i restauratori". Sono proprio i restauratori infatti a beneficiare maggiormente della biotecnologia e a vedere nella sua applicazione un'alternativa promettente all'impiego dei tradizionali prodotti chimici. "L'uso dei batteri non è sostitutivo del lavoro degli esperti - tiene infatti a sottolineare la scienziata - ma ne costituisce uno strumento di lavoro. Noi - spiega - ci basiamo molto proprio sulle indicazioni che arrivano dai restauratori che ci chiedono aiuto. Senza il loro occhio del resto, spesso non ci sarebbe facile verificare l'efficacia di un trattamento".

Il tempo di un restauro fatto dai batteri varia a seconda del tipo di intervento. "Può bastare una notte - dice Sprocati - come nel caso di una crosta nera da rimuovere da una statua, o possono essere necessarie diverse applicazioni come è capitato per rimuovere i residui di smog dalla 'Lupa' di Giuseppe Graziosi custodita alla Galleria nazionale di arte moderna e rimasta all'aperto per 40 anni".

Diversi gli interventi di biorestauro richiesti agli scienziati Enea. Dalla Casina Farnese sul Palatino "dove abbiamo applicato diversi tipi di batteri in successione - spiega la ricercatrice - per rimuovere i residui dagli affreschi delle logge", alla soluzione trovata ma non ancora applicata agli affreschi del Palazzo dei Papi di Avignone, in Francia. "In questo caso il problema era rimuovere della colla vinilica che tra gli anni Venti e Settanta è stata spalmata sugli affreschi per consolidarli - spiega Sprocati - ma col passare del tempo questa colla ha creato un film opaco. Con il restauro tradizionale bisognerebbe ricorrere a solventi che rischierebbero di danneggiare i dipinti. Noi invece abbiamo individuato due ceppi di batteri in grado di mangiare il vinavil senza intaccare l'opera".

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