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Boris Johnson 'distrutto e prossimo alle lacrime', tenta di evitare la sfiducia

19 gennaio 2022 | 19.06
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Boris Johnson - (Afp)

"Distrutto" e "prossimo alle lacrime". Così sarebbe apparso Boris Johnson nelle ultime ore a chi ha avuto modo di incontrare il primo ministro, impegnato nel disperato tentativo di respingere le richieste di dimissioni e rimanere aggrappato alla sua premiership. Con ampi settori del Partito conservatore che sembrano ormai orientati a sacrificarlo e la stampa di centrodestra impietosa nel dare conto del 'partygate', l'ultimo, forse fatale scandalo, Johnson si starebbe giocando le ultime carte per evitare la defenestrazione.

Secondo un retroscena del Telegraph, Johnson avrebbe convocato a Downing Street, per una serie di incontri faccia a faccia, i deputati 'ribelli', che hanno già annunciato l'intenzione di sfiduciarlo. Si tratta di una ventina di cosiddetti 'backbencher', deputati di seconda fila, o 'peones', secondo la definizione italiana, tutti neoeletti nel 2019 nei collegi del centro e del nord dell'Inghilterra, il cosiddetto 'Red Wall', tradizionalmente laburista.

Sono loro ad aver dato vita a quello che la stampa britannica ha definito il 'pork pie plot', dal nome della torta salata che viene prodotta a Melton Mowbray, nel Leicestershire, dove ha il proprio collegio la deputata conservatrice Alicia Kearns, una delle capofila della ribellione anti Johnson. Circa una decina di questi deputati avrebbero già inviato al 1922 Committee, l'organismo del Partito conservatore che riunisce i backbencher, le lettere per chiedere un voto di sfiducia nei confronti del premier. Un'altra decina di deputati hanno annunciato che potrebbero farlo entro stasera.

La rivolta dei 'peones' è difficile da arginare

C'è poi, secondo i retroscena, un altro gruppo di deputati ribelli, che potrebbe avere già inviato le loro lettere. In tutto, le richieste di una conta interna giunte a Sir Graham Brady, presidente del 1922 Committee, potrebbero essere già da un minimo di 20 a un massimo di 40. Per avviare la procedura di sfiducia occorrono 54 richieste. Si tratta di un numero che potrebbe essere raggiunto nei prossimi giorni, dovessero emergere nuovi dettagli sulle feste proibite del premier e del suo staff in piena pandemia, con nuove, imbarazzanti scuse da parte di Johnson.

Secondo quanto trapela, il premier, negli incontri faccia a faccia a Downing Street, avrebbe scongiurato i ribelli di non procedere oltre con i loro piani. Ma le armi di persuasione di Johnson, per le regole spietate della politica britannica, forgiate dal sistema maggioritario uninominale, potrebbero non essere sufficienti. Il timore dei ribelli, visti i sondaggi che premiano i Laburisti di Keir Starmer, tradizionali detentori di quei collegi, è proprio quello di perdere il seggio alle prossime elezioni, a causa dell'altalenante leadership di Johnson.

E' per questo, viene riportato nei retroscena, che il premier e i ministri che gli rimangono fedeli avrebbero usato con i ribelli un approccio 'bastone e carota'. Da un lato, la promessa di investire più fondi pubblici nei loro collegi, per scongiurare il rischio di una rapida riconquista laburista. Dall'altro, la minaccia di bloccare i fondi in caso di tradimento. Ma questa mossa potrebbe non bastare. Oltre alle divisioni politiche, tra il premier e i backbencher ribelli sembra ormai esserci una questione personale. A fare aumentare la rabbia dei peones sarebbe stato anche un commento sprezzante fatto trapelare martedì da Downing Street, nel quale i ribelli venivano descritti come dei "signor nessuno" .

'Per l'amor di Dio, se ne vada!'

A complicare il quadro, per Johnson, la defezione di Christian Wakeford, deputato conservatore del collegio di Bury South, anchegli eletto nel 2019, che oggi ha annunciato di volere abbandonare i Tories per unirsi ai Laburisti. Si tratta di un evento raro nella politica britannica, poco incline al trasformismo parlamentare.

Ma la giornata nera del premier sarà ricordata soprattutto per quel "se ne vada, in nome di Dio", pronunciato nell'aula dei Comuni da David Davies, ex ministro conservatore per la Brexit, un tempo alleato di Johnson. Una citazione storica che ad alcuni ha ricordato Oliver Cromwell, che pronunciò quelle parole nel 1653 rivolto al 'Long Parliament', da lui ritenuto incapace di gestire gli affari della nazione.

Ma i più hanno colto il riferimento più recente a Neville Chamberlain, il premier conservatore tra i più vituperati della storia inglese. All'inizio della Seconda Guerra Mondiale, quando la politica dell''apeasement' con la Germania nazista era ormai disastrosamente franata, con quelle parole, Chamberlain venne invitato dal deputato conservatore Leo Amery a farsi da parte. Poco dopo, Winston Churchill divenne il nuovo primo ministro. E per Johnson non potrebbe esserci paragone più umiliante per la sua possibile uscita di scena.

(di Marco Liconti)

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