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Bossi jr: "Rimborsi? C'era un ufficio preposto..."

20 gennaio 2019 | 13.11
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(Fotogramma)

di Francesco Saita

"Sulle spese da rimborsare al Pirellone, c'era un ufficio preposto, che a volte autorizzava le cose da rimborsare, e a volte, invece, le rigettava". Lo dice all'AdKronos Renzo Bossi, condannato a due anni e sei mesi lo scorso venerdì dal tribunale di Milano al processo sulla cosiddetta 'Rimborsopoli' in Regione Lombardia, spiegando che "di sicuro si ricorre in Appello".
Il figlio del fondatore della Lega, consigliere al Pirellone dal 2010 al 2012, sottolinea come "da quello che emerge invece sembrerebbe che ci fosse stato un cassetto a nostra disposizione, in cui mettevamo ricevute, fatture e scontrini, prendendo direttamente i soldi per i rimborsi, mentre non è affatto cosi" perché "ogni partito aveva il suo ufficio preposto per i rimborsi" e "poi era il capogruppo che dava l'autorizzazione finale", con "la stessa Regione che controllava a sua volta".
"Il mio ufficio di segreteria - ricorda il secondogenito del Senatur - mandava tramite fax questi documenti, comprovanti le spese, e a volte c'erano risposte negative, ci dicevano che alcune cose non erano rimborsabili, altre volte arrivava il via libera, invece, dopo un mese dalla richiesta".

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