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Usa: Bush punta a voto ispanico e promette riforma immigrazione

16 giugno 2015 | 12.24
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Il candidato repubblicano intende giocare anche la carta della moglie messicana Columba

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(Foto Afp)

La scelta del luogo dell'annuncio della candidatura, l'università di Miami con un altissimo numero di studenti 'latino', l'alta presenza di politici, cantanti ed altri testimonial ispanici alla serata: tutto conferma che Jeb Bush punta al voto ispanico per conquistare la nomination repubblicana prima, e poi la Casa Bianca. Dalla sua ha, come è noto, la famiglia - con la moglie, Columba, nata in Messico ed i figli che parlano tutti spagnolo - ed un curriculum politico, personale e 'dinastico', tradizionalmente vicino, in politica interna, a posizioni moderate sulle questioni più care alla comunità latina, che, considerato il suo alto tasso di crescita demografica, acquista maggiore peso ad ogni tornata elettorale.

Se vuole puntare a questo voto - superando alle primarie l'insidiosa concorrenza dei senatori ispanici Ted Cruz e, soprattutto, Marco Rubio, cresciuto politicamente in Florida come suo protetto - Bush sa che deve assolutamente confermare sull'immigrazione posizioni non in linea con l'alta più conservatrice del partito. Ed è quello che ha fatto nel discorso di ieri a Miami quando, allontanandosi dal discorso preparato che era stato distribuito alla stampa, ha detto che "il prossimo presidente approverà una riforma sull'immigrazione che sarà risolutiva, ma non con un ordine esecutivo".

Il riferimento è al fatto che Barack Obama ha approvato per decreto le misure che hanno protetto dal rischio di rimpatrio milioni di immigrati che vivono e lavorano negli Stati Uniti da anni, dove magari sono nati i loro figli. Ma quello che Bush non ha detto è che Obama è stato costretto a questa mossa dopo che per anni i repubblicani hanno bloccato al Congresso la riforma della legge sull'immigrazione con cui Obama voleva avviare il cammino verso la cittadinanza per milioni di questi immigrati.

Una posizione che però Bush non condivide, visto che nel suo libro del 2013 scriveva che le regolarizzazioni non devono necessariamente avviare alla piena cittadinanza, sottolineano gruppi progressisti ispanici che ricordano poi come la stragrande maggioranza degli elettori latinos, l'89%, abbiano approvato gli ordini esecutivi di Obama che Bush ha criticato. Inoltre, ricordano ancora da "Latino Decisions", la posizione necessariamente contraria di Bush all'Obamacare, da lui definito "una mostruosità", lo mette necessariamente in contrasto con i milioni di latinos - tra i quali si registrano i tassi più alti non assicurati - che hanno potuto avere grazie alla riforma accesso al Medicaid, l'assistenza sanitaria pubblica per i più poveri.

Infine, il salario minimo: coerentemente con il suo credo liberista, confermato anche nel discorso di ieri durante il quale più volte ha ribadito la necessità di riallineare la politica di Washington allo spirito imprenditoriale, Bush - che ha promesso di creare 19 milioni di posti di lavoro ed un tasso di crescita al 4% - è contrario al fatto che il governo federale prenda una decisione che "spetta agli imprenditori privati". Una posizione destinata a non raccogliere però grande sostegno tra gli ispanici - tra i quali vi è una grande percentuale di lavoratori pagati con il salario minimo - che ovviamente sostengono la proposta di Obama dei democratici di aumentarlo a 10,10 dollari all'ora.

Anche quando si parla di bilancio e tasse, Bush, contrario ad ogni aumento di tasse per i super ricchi ed anzi più propenso a tornare alla politica di generosi sgravi fiscali per l'un per cento condotta dal fratello George, si trova non in grande assonanza con l'elettorato ispanico che quando si parla di bilancio si esprime in grande maggioranza contro i tagli alla spesa pubblica e per nuove tasse per i ricchi.

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