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Canone Rai, Lega: "No ad aumento". Le ultime novità

13 ottobre 2021 | 15.40
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Ad Fuortes: "Dal 2008 ricavi in calo di 700 milioni di euro".

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(Fotogramma)

No a "ogni benché minima ipotesi di aumento del canone Rai". E' quanto dichiarano in una nota i senatori della Lega in commissione Vigilanza Rai Giorgio Maria Bergesio, Umberto Fusco e Simona Pergreffi, all'indomani dell'audizione dell'ad Rai Carlo Fuortes.

LEGA - "La Lega respinge ogni benché minima ipotesi di aumento del canone Rai e di far pagare una quota anche per i dispositivi che sono in grado di trasmettere i canali della tv pubblica - dicono i senatori - Quanto dichiarato da Fuortes in Commissione di Vigilanza non ci trova in alcun modo d’accordo, soprattutto alla luce dell’attuale servizio offerto ai cittadini dalla Rai che andrebbe opportunamente rinnovato. Al contrario, ci saremmo aspettati un piano per la razionalizzazione delle spese ed il risanamento del bilancio aziendale che fosse rivolto ad esempio alla vendita degli immobili inutilizzati e ad una seria politica di valorizzazione delle risorse umane. Occorre agire con interventi dediti al risparmio e al contenimento dei costi, di certo non prendendo altri soldi dalle tasche dei cittadini”.

"L'audizione in Vigilanza Rai dell'amministratore delegato ha lanciato segnali molto preoccupanti e non vogliamo nemmeno pensare che l'azienda si stia preparando a mettere le mani nelle tasche dei cittadini" dichiarano il capogruppo Lega in Vigilanza Rai, Massimiliano Capitanio, e i commissari Giorgio Bergesio, Dimitri Coin, Umberto Fusco, Elena Maccanti, Simona Pergreffi, Leonardo Tarantino. "I ricavi sono diminuiti di 702 milioni rispetto al 2008, la pubblicità ha numeri drammatici, l'azienda guarda a realtà come la Svizzera e l'Austria dove il canone costa 300 euro rispetto ai nostri 90 e per il riequilibro delle risorse si chiede l'ampliamento del perimetro di applicazione del canone ai device e multimediali. Il solo messaggio, anche a fronte di un impatto nullo sugli utenti, è irricevibile: la Lega si opporrà in tutti i modi a nuovi canoni". "Preoccupiamoci di chi ancora non paga il canone prima di tassare i cellulari o aumentarlo a chi è già in regola" sottolineano.

AD RAI FUORTES - Ma cosa ha detto ieri sera l'ad Fuortes durante l'audizione in Commissione parlamentare di vigilanza Rai? "Tra il 2008 e il 2020, i ricavi del Gruppo Rai dovuti al canone sono in calo per circa 700 milioni di euro - ha spiegato l'ad Rai - Siamo passati dai 3 miliardi e 210 milioni del 2008 ai 2,5 miliardi del 2020. Un grande calo, del 22%”, ascrivibile "principalmente alla riduzione dei ricavi pubblicitari e di altri ricavi commerciali".

"Dal 2014 - da quando cioè il governo non ha riconosciuto più al servizio pubblico radiotelevisivo la totalità del gettito raccolto con il canone - il totale delle risorse trattenute dallo Stato supera i 2 miliardi e 400 milioni di euro", ha detto Fuortes, ricordando che, solo per il 2021, l’insieme delle trattenute ammonterà a circa 270 milioni di euro, pari al 14 per cento di quanto versato dagli italiani. In Francia, in Germania e nel Regno Unito al servizio pubblico radiotelevisivo viene garantito tra il 96 e il 98 per cento di quanto versato dai cittadini, pur con importi unitari del canone che - a fronte dei 90 euro richiesti in Italia - raggiungono i 220 euro l’anno in Germania, i 185 in Gran Bretagna, i 138 in Francia e i 127 in Croazia.

"In presenza di una situazione dei conti che l’azienda è impegnata comunque a riportare sotto controllo, le misure sull’affollamento pubblicitario previste dalla bozza di riforma attualmente all’esame del Parlamento determinerebbero una riduzione delle risorse a disposizione del servizio pubblico superiore ai 130 milioni di euro a regime, nel 2023", ha evidenziato. "Da questo punto di vista, gli interventi necessari per rendere coerenti le risorse al perimetro di attività della Rai e alla trasformazione digitale dell’azienda senza gravare ancora sugli utenti - ha proseguito Fuortes – sono essenzialmente tre: il riconoscimento integrale delle risorse da canone (eliminando l’attuale trattenuta da 110 milioni di euro a partire dal 2022), la rimodulazione del tetto di affollamento pubblicitario (da portare alla soglia dell’8 per cento nel 2022 e a regime) o ancora l’eventuale cancellazione della tassa di concessione sul canone ordinario".

Per Fuortes ridare alla Rai tutto il canone "non significa un maggior canone (in termini di costo per il cittadino, ndr). Il canone è una tassa di scopo pagata dagli italiani per avere il servizio pubblico radiotelevisivo. E al momento una parte di questa tassa viene destinata, secondo una decisione lecita del Parlamento, al Fondo per l'editoria e non al gestore del servizio pubblico televisivo". Ma "cercare di riportare l'Italia al livello di tutti gli altri Paesi europei e quindi avere il 96% invece dell'86% della tassa di scopo che pagano gli italiani per avere il servizio pubblico porterebbe 200 milioni in più di risorse, quindi il 12-13% in più. Risorse importanti che garantirebbero lo sviluppo tecnologico, garantirebbero un miglioramento del prodotto. Sarebbero risorse incrementate", ha precisato.

FIEG - Ma critiche arrivano dalla Fieg. “Desta sorpresa e sconcerto la proposta dell’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes di eliminare la quota del canone assegnata annualmente al Fondo per l’editoria. Si tratta di risorse peraltro limitate, per l’esattezza 110 milioni di euro, a fronte di oltre 1,7 miliardi di finanziamento pubblico incassato dalla Rai che rappresenta una quantità di risorse senza uguali per gli altri operatori" ha commentato il presidente della Fieg, Andrea Riffeser Monti.

"Un canone che dovrebbe servire a garantire il servizio pubblico e che, invece, finanzia una programmazione in gran parte commerciale, sostanzialmente simile a quella delle televisioni commerciali, come qualsiasi cittadino può constatare quotidianamente" ha aggiunto. "Inoltre, come ha rilevato l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l’entità del finanziamento pubblico della Rai consente da parte del concessionario pubblico forme di dumping sul mercato pubblicitario a danno degli altri media, in primo luogo dei giornali”.

“La quota del canone che va al fondo per l’editoria ha come obiettivo il pluralismo dell’informazione, a garanzia di tutti i cittadini come previsto dalla Costituzione e a copertura di un fondamentale servizio al pubblico quale quello offerto dai giornali", ha sottolineato il presidente della Fieg.

USIGRAI - Di “un quadro economico e finanziario finalmente chiaro" parla l’esecutivo dell’Usigrai. "Dopo l'illustrazione in Vigilanza da parte del neo Amministratore Delegato non si può fare più finta di nulla. Come denunciamo da anni, i ricavi della Rai sono incongrui, incerti, in riduzione e instabili a causa di fattori esterni” si legge in un comunicato. Secondo l’Usigrai, “le novità che potrebbero arrivare dal recepimento della Direttiva europea in merito ai tetti pubblicitari rischiano di mettere in ginocchio la Rai”.

“Questo quadro – spiega il sindacato dei giornalisti Rai - crea disastri strategici perché riduce gli investimenti, riduce la possibilità di fare concorsi per assumere nuove competenze, impedisce qualunque progetto di sviluppo. Le proposte avanzate da Fuortes per risolvere il nodo strutturale delle risorse sono largamente condivisibili. Se si vuole rilanciare il Servizio Pubblico, noi come sempre siamo pronti a fare la nostra parte" ma da ieri sera "è ancor più chiaro che nulla possa avvenire senza un intervento sulle risorse”.

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