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Carloni (Marche): "Imprese a Mosca non sfida ma grido dolore per collasso economico"

27 aprile 2022 | 16.13
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"Il mercato russo rappresenta una fetta importantissima dell'intera produzione e sul totale delle esportazioni alla Russia: di 173 milioni complessivi, più di 90 milioni sono rappresentati dalla vendita di calzature. Stiamo parlando di un prodotto molto geo-referenziato sulle province di Fermo e Macerata e in queste l'impatto della chiusura di quel mercato fa rischiare il collasso di tante aziende di eccellenza che non hanno la possibilità in così poco tempo di diversificarlo". Mirco Carloni, vicepresidente delle Regione Marche, commenta così all'Adnkronos la polemica sulla partecipazione di cinquanta aziende italiane, 28 delle quali marchigiane, alla fiera di Mosca.

"Preciso, oltretutto - prosegue Carloni - che a dicembre, in tempi non sospetti, le imprese avevano aderito all'Obuv' Mir Kozhi e avevamo messo un contributo con la Camera di Commercio delle Marche al 50% delle spese sostenute per la fiera. E' un contributo che diamo su tutte le fiere ogni anno e che abbiamo mantenuto. Siamo fermamente contrari alla guerra, abbiamo aiutato come Regione dal primo momento i profughi ucraini e tuttavia la situazione è talmente delicata e concentrata negli effetti economici sul nostro territorio che non possiamo lasciare gli imprenditori da soli e voltarci dall'altra parte".

"Dopo la pandemia eravamo tornati alla normalità, l'export stava riprendendo a due cifre - spiega il vicegovernatore - Parliamo di +12% su tutta l'esportazione, avevamo appena visto un po' di luce in fondo al tunnel. Non facciamo la fiera per sfidare qualcuno o qualcosa, è semplicemente un grido di dolore di una economia reale fatta di micro impresa di grande qualità e valore che rischia il collasso. Ai benpensanti che dicono che si sta sbagliando, rispondo che di fronte all'urlo incessante di una azienda va data una risposta concreta, non le chiacchiere: se le chiudi il mercato, la devi ristorare".

Nella fiera iniziata ieri, intanto, nessun problema. "Anzi - risponde all'Adnkronos Carloni - mi dicono che sta andando bene. Le imprese hanno mantenuto semplicemente gli impegni già presi a dicembre, avendo già pagato. Oltretutto il prodotto delle scarpe, sotto una certa soglia di valore, non è tra quelli proibiti. E' una fiera per incontrare i clienti buyers, non il consumatore. Credo nessuno di loro sapesse a cosa andava in contro, anzi sono andati con una certa dose di coraggio, perché non è certamente facile andare a Mosca con una guerra in corso, e questo dà la misura della situazione che queste imprese vivono. D'altronde, devono sopravvivere".

Facile, tuttavia, immaginare i messaggi di astio arrivati sui social da chi ha visto in questa scelta il "rifugio" nella tana del lupo russo. "Ieri mi sono arrivati un po' di messaggi su facebook - conferma Carloni - ma non mi importa: sono molto convinto delle mie idee, facciamo bene a sostenere le nostre imprese e la partecipazione alla fiera non cambia certo il giudizio sulla guerra. Tuttavia, se a queste imprese si chiudeva il mercato bisognava ristorarlo. Delle due l'una: o si fa un embargo totale e si risarciscono le imprese, oppure non si può non dare nulla e pretendere che queste persone falliscano e paghino gli stipendi a dipendenti e fornitori. C'è una dose di dabbenaggine poco corretta di fronte a un fatto reale che non vuol dare né lezioni né significare nulla, se non l'esigenza di tenere vive le proprie attività pagando gli stipendi a lavoratori e fornitori".

(di Silvia Mancinelli)

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