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Caso Genovese, legale 18enne: "Andata a una festa, ha trovato l'inferno"

20 novembre 2020 | 08.41
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Roma, 20 nov. (Adnkronos)

Dopo gli abusi subiti la notte del 10 ottobre, "prigioniera" per quasi ventiquattro ore nella camera padronale di Alberto Maria Genovese, ora i servizi televisivi, i giornali, le trasmissioni: tutti parlano di quello che è successo a Terrazza sentimento, il superattico con vista Duomo del "mago delle startup" in carcere dal 6 novembre, dei festini, delle violenze. E intanto non manca chi l'accusa, chi le punta il dito contro. La diciottenne che sarebbe stata abusata nei festini organizzati da Genovese a Milano, parla alla Stampa e al Corriere della Sera attraverso il suo avvocato, Luca Procaccini.

"Sono distrutta, sotto choc. Ma di certo non me la sono andata a cercare - ha detto - Ho 18 anni, volevo solo divertirmi, ero stata invitata a una festa, mai pensavo di risvegliarmi in questo inferno". Il nome di Genovese non lo vuole neanche sentire pronunciare. Quando lo sente in tv, dice il suo avvocato, piange disperata: "Non riesco ancora a capire che cosa sia accaduto. Come sia potuto succedere". "Quello che mi è capitato è stato una cosa tremenda. Ho rimosso tutto, ho cancellato ogni momento di quella notte. Ricordo solo la sensazione di pericolo, il dolore, l'enorme paura, quando sono riuscita a prendere il cellulare e a scrivere alle mie amiche per chiedere aiuto", ha confessato la 18enne all'avvocato.

"A fatica e con l'aiuto dei suoi genitori sono riuscito a convincerla a intraprendere un percorso con dei professionisti, degli psicologi, in grado di aiutarla a rimettere insieme i cocci, per provare ad elaborare questo momento - spiega il legale - Ma è un percorso lungo, lunghissimo. Non possiamo sapere a che cosa porterà". Sono passati quaranta giorni da quella notte, e Michela alterna momenti di profonda depressione a momenti di rabbia viscerale. "È vero, c'era già stata a Terrazza sentimento, era stata invitata da altri e ha conosciuto Genovese lì. Ma tra loro non c'era mai stato alcun rapporto. Lei pensava di andare a una festa della Milano Bene, ma quella gente non era bene per niente. È una bambina e si è ritrovata in un girone dell'inferno", conclude il legale sulla Stampa.

"La droga che aveva assunto volontariamente in casa, forse mescolata di nascosto da Genovese con quella dello stupro, l’aveva resa incosciente come "una bambola di pezza" nelle mani del suo 'aguzzino'" si legge sul Corriere della Sera. Intanto la difesa di Genovese sostiene che ci sono ancora «sfumature da arricchire e approfondire con i magistrati» perché «emerge un quadro un po’ diverso da quello tracciato dalla Procura».

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