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Caso Wesolowski, rischia condanna a 6-7 anni. L'ira dei vescovi: "Giustizia senza sconti"

24 settembre 2014 | 14.11
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La Sir dopo l'arresto dell'ex nunzio apostolico accusato di pedofilia: "La lebbra si cura anche con il bisturi, perché gli abusi sono un culto sacrilego che lascia cicatrici per tutta la vita". Commissione dell'Onu per i diritti del bambino: bene l'arresto

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(Infophoto)

L'arcivescovo polacco Jozef Wesolowski, accusato di pedofilia e agli arresti domiciliari in Vaticano, rischia una condanna ad almeno 6 o 7 anni, salvo ulteriori aggravanti di pena. "I capi di imputazione comunicati all'imputato sono attinenti ad abusi sessuali su minori e a possesso di materiale pedopornografico", riferisce il portavoce del Vaticano, padre Federico Lombardi, spiegando che "la legge da applicare non può essere quella nuova in vigore dal 1° settembre del 2013, perché i fatti addebitati all'imputato oggi conosciuti sono precedenti all'entrata in vigore di tale legge".

Dunque, ricorda ancora padre Lombardi, "le pene previste dalla legislazione precedente per i reati attualmente contestati possono valutarsi intorno a 6 o 7 ma con la possibilità di variazioni per aggravanti alla luce di circostanze che risultino dalle indagini". "Gli elementi di natura documentale e testimoniale su cui poggiano gli addebiti - informa il portavoce del Vaticano - sono pervenuti al promotore di giustizia sia dagli atti del procedimento canonico già attuato presso la Congregazione per la dottrina della Fede, presso cui è ancora pendente l'appello alla sentenza di primo grado di perdita dello stato clericale; sia dalla documentazione giunta dalla Repubblica Dominicana".

L'ira dei vescovi - "L'avvertimento è chiaro. La giustizia della Santa Sede interverrà senza sconti a chicchessia. Poi vi sarà probabilmente l'azione penale di altri Stati", scrive la Sir, l'agenzia dei servizi di informazione religiosa della Cei, la Conferenza Episcopale italiana.

"E' un evento scioccante, che denuncia un reato e un peccato gravissimi - sottolinea la Sir - Si tratta di una decisione che, in ultima analisi, dopo il processo canonico che già ha condannato il prelato, viene dal Papa della misericordia, perché la misericordia non può lasciare che la malattia devasti tutto il corpo. La pedofilia è 'una lebbra che c'è nella Chiesa e colpisce anche i vescovi', come aveva detto in un'intervista Francesco. E allora la lebbra si cura anche con il bisturi, perché gli abusi sono un culto sacrilego che lascia cicatrici per tutta la vita".

L'agenzia della Cei ricorda che "il perdono cristiano parte dall'accusa del male, dal riconoscimento del peccato commesso. Esige il pentimento e la riparazione. Comprende anche la condanna eterna, che spetta alla giustizia divina. A noi uomini tocca il compito di esercitare la giustizia terrena. Impegno di giustizia e di denuncia da cui non va esente la Chiesa, nessuna diocesi, nessun credente e nessun uomo che sia a conoscenza di abusi. Ora La Chiesa si è data un nuovo diritto penale severo che ha recepito anche le norme internazionali, ma soprattutto ha deciso di perseguire quei 'figli' che hanno tradito la loro missione. Ora la Chiesa ha tutti gli strumenti per vigilare, prevenire e pure colpire, senza se e senza ma, i trasgressori. Il suo impegno significa un netto 'mai più!'".

Plauso dell'Onu - La Commissione dell'Onu per i diritti del bambino, che nelle settimane scorse intervenne sul caso, "accoglie con favore e apprezza enormente i passi presi dal Vaticano, con l'attuazione da parte di Papa Francesco delle osservazioni conclusive della Commissione". E' quanto ha detto all'Adnkronos Maria Herzog, membro e rapporteur della Commissione. "La prevenzione di tutte le forme di abuso contri i bambini, compresi gli abusi sessuali, e la protezione delle vittime sono di primaria importanza, così come il fatto di portare davanti alla giustizia gli autori e di tenerli lontani dai bambini, sulla base della Convenzione dell'Onu dei diritti dei bambini", ha dichiarato Herzog.

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