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Biagi: Cazzola, suo pensiero ha lasciato segno nel diritto del lavoro

15 marzo 2017 | 15.34
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Giuliano Cazzola

"Se penso al mio amico Marco, mi tornano in mente, tutte insieme e contemporaneamente, le immagini di tanti momenti vissuti insieme. A partire da quando ci conoscemmo, nel lontano 1974, durante un viaggio in auto da Bologna ad Ariccia per partecipare a un seminario organizzato da Gino Giugni in quella che era la Scuola quadri della Cgil. Ma il ricordo più netto e lacerante si concentra sulla dinamica degli eventi di quel tragico 19 marzo 2002, dei giorni che lo avevano preceduto e di quelli che lo seguirono". Inizia così il ricordo di Marco Biagi, giuslavorista assassinato dalle Brigate Rosse, 15 anni fa, che fa Giuliano Cazzola, economista ed esperto di politiche del lavoro e previdenziali.

Cazzola, che di Biagi è stato molto amico, ricorda che purtroppo c'erano "le premesse, gli indizi e i presentimenti che qualche cosa stava per succedere". "In un giorno della settimana precedente (sinceramente non ricordo quale), mi telefonò una giornalista chiedendomi quali fossero i veri autori (e se Marco fosse tra questi) del disegno di legge delega presentato dal governo sul mercato del lavoro, che stava suscitando, per le sue modifiche sperimentali dell’articolo 18 dello Statuto, un mare di aspre polemiche e di velenose accuse. Io la invitai ad usare cautela perché, a scriverne, rischiava di offrire un obiettivo e di mettere in pericolo di vita delle persone nel clima di violenta polemica scaturita, strumentalmente, fin dalla pubblicazione del Libro Bianco nell’autunno del 2001", ricorda in un intervento sul Bollettino di Adapt.

"Poi, il venerdì successivo, Marco Biagi aderì come terzo firmatario, dopo Renato Brunetta e il sottoscritto, a un documento che difendeva quel disegno di legge. Seppi successivamente, quando venne reso noto, postumo, il disperato carteggio tra Marco e le istituzioni nei mesi che precedettero una morte annunciata (io ignoravo l’esistenza di quelle lettere), che un collega milanese lo aveva criticato per aver sostenuto il governo Berlusconi", scrive Cazzola.

"Nella serata del 19 marzo -ricorda Cazzola- ero nella mia casa di Roma e stavo lavorando al computer nello studio ascoltando per radio la cronaca di una partita. Ricordo che giocava, piuttosto male, la Roma in una sfida di carattere internazionale. Nell’intervallo, il giornale radio lanciò la notizia del tragico evento. Da quel momento, la mia vita è cambiata". "Spesso mi domando, quando si avvicina il 19 marzo e osservo le iniziative che si svolgono nella ricorrenza, come sia potuto accadere che la fiamma della memoria del nostro caro amico non si sia mai spenta, ma risplenda ancora sfavillante", osserva Cazzola, che poi aggiunge: "Il fatto è che, al di là della tragedia di una persona perbene, della sua famiglia, dei suoi amici, dei suoi allievi e studenti, Marco Biagi è stato un giurista il cui pensiero ha lasciato un segno nel diritto del lavoro".

"Ha compreso, in anticipo, che quelle diversificazioni del lavoro, quei rapporti che sorgevano dalla realtà fattuale, non erano pericolose deviazioni da reprimere e ricondurre alle regole standard del lavoro subordinato; non erano, al di là degli eventuali abusi, marchingegni padronali per retribuire meno i lavoratori e potersene liberare senza problemi", spiega Cazzola.

"Si trattava, invece, di rispondere alle esigenze di un mercato del lavoro che non era più quello di una volta, a cui occorreva assicurare una gamma di profili contrattuali articolati, utili e pertinenti, anche nell’interesse dei lavoratori e dell’occupazione", sottolinea. "In fondo, a pensarci bene, il professore bolognese si era dedicato allo studio di situazioni tutto sommato marginali del mercato del lavoro, non coperte e quindi non tutelate dalla vecchia dottrina che non riconosceva loro neppure legittimità", conclude Cazzola.

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