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Centro alcologico Umberto I a rischio chiusura

12 dicembre 2018 | 12.02
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"Il 31 dicembre potrebbe essere l'ultimo giorno per il Centro alcologico dell'Umberto I di Roma: rischiamo di chiudere e di buttare via 39 anni di vita, assistenza e ricerca del centro, lasciando soli pazienti e familiari". A lanciare l'appello contro la chiusura della struttura è Maria Luisa Attilia, responsabile clinica del servizio Crarl. "Fino ad oggi dalla direzione non è arrivata nessuna risposta sulla stabilizzazione delle decine di colleghi precari da moltissimi anni e il 31 dicembre è il loro ultimo giorno - spiega all'Adnkronos Salute Attilia - Il motivo ufficiale della chiusura non si sa, il direttore generale del Policlinico non ci ha risposto e abbiamo saputo che secondo la direzione nessuno dei Co.co.co del Crarl è necessario per rispettare i Lea. E' una situazione assurda per la mole di lavoro che viene fatta dalla struttura".

Nel centro è attivo un servizio clinico e di assistenza al paziente che ha come obiettivi di predisporre, promuovere e sperimentare protocolli coordinati, anche sperimentali, di intervento che prevedano la gestione a breve e lungo termine dell'utente rispetto ad un percorso terapeutico e riabilitativo integrato e multidisciplinare, medico psicologico e sociale. "Facciamo circa 3500 giornate di 'day hospital' l'anno - aggiunge la dottoressa - seguiamo 400 nuovi pazienti, i 'follow up' dei trapianti e eseguiamo 5000 prestazioni ambulatoriali. Diamo consulenza a tutti i reparti e il Dea ci chiama in continuazione. Ma nell'ultimo atto aziendale il Crarl non risulta. Oggi siamo rimasti in due come strutturati: io e il responsabile, Mauro Ceccanti. Gli altri pochi medici rimasti, perché due sono stati mandati via, sono precari così come tutti gli psicologi".

Lo scorso 6 dicembre il Crarl ha promosso alla Regione Lazio un evento 'Diritto alla cura per le persone e le famiglie con Disturbo da Uso di Alcol: realtà e criticità - Il Crarl incontra i servizi pubblici e del privato sociale della Regione Lazio' per rilanciare il ruolo della struttura all'interno del Ssr. "Pensavamo - conclude Attili - in una partecipazione anche di chi sta prendendo decisioni sul nostro futuro, ma nessuno si è presentato".

L'APPELLO DI AIDEFAD - "L'ipotesi della chiusura del Centro alcologico (Crarl) del Policlinico Umberto I di Roma è un fatto grave su cui non possiamo assolutamente tacere - sottolinea l'Associazione italiana disordini da esposizione fetale ad alcol e droghe (Aidefad-Aps) - Crediamo che la Regione Lazio dovrebbe fermarsi a riflettere su questa ipotesi di chiusura, in quanto avrebbe delle ricadute drammatiche sulla cura e la prevenzione dell'alcolismo e delle patologie alcol-correlate". "In particolare - scrive il direttivo dell'associazione - risulterebbe incomprensibile chiudere un centro di riferimento che per primo in Italia ha dedicato attenzione agli ultimi, a chi cioè vive con una disabilità permanente indotta dall’esposizione all’alcol durante la gravidanza. Vogliamo riportare l'attenzione sul fatto che nel mondo occidentale la Fasd (Spettro dei disordini feto alcolici) è la causa più comune di disabilità del neurosviluppo la cui scarsa conoscenza e diagnosi conduce allo sviluppo di gravi disabilità secondarie come problemi di salute mentale e dipendenze".

"A pagare questi tagli non possono essere sempre i pazienti e nello specifico pazienti considerati di serie B - ricorda l'Aidefad-Aps - Alcolisti, tossicodipendenti e persone con problematiche di salute mentale non sono pazienti di serie B, non sono colpevoli, non sono feccia da guardare dall'alto in basso. Questa tipologia di pazienti è affetta da una patologia che merita il massimo rispetto e la massima progettazione riabilitativa. La dipendenza da sostanze non è una responsabilità della persona dipendente, ma un’importante patologia che sta pesando molto sui costi sociali e sanitari del nostro Paese. L'alcolismo - conclude l'associazione - non ha minor dignità del cancro o di una malattia genetica rara e le numerose patologie dipendenza-correlate non sono il costo che la persona deve pagare per il suo 'vizio'! Dobbiamo abbattere questo stigma miserabile, comprendendo che è nella prevenzione e nella corretta diagnosi che è radicato il risparmio a cui giustamente si tende".

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