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Lavoro: Ce.Pa, all'estero 1 italiano su 3 conosce ruolo patronati

28 marzo 2017 | 18.00
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Morena Piccinini

Oltre 5.000.000 sono gli italiani all’estero e molti altri sono i giovani che vorrebbero lasciare il nostro paese, non solo per cercare quel lavoro che in Italia non riescono a trovare, ma anche per fare un’esperienza nuova. Quasi uno su 3 conosce i patronati ai quali riconoscono un ruolo decisivo nell’affrontare le problematiche legate al trasferimento e oltre il 50% si dichiara soddisfatto dei servizi resi da questi istituti per agevolare il loro inserimento nei paesi ospitanti; anzi, ne chiedono l'ampliamento. E' quanto emerge da un'indagine su 'I nuovi italiani all’estero: i loro bisogni e il ruolo dei patronati', presentata oggi, nel corso della riunione annuale del Consiglio generale degli italiani all’estero (Cgie).

Lo studio, promosso dai patronati del Ce.Pa (Acli, Inas, Inca e Ital) e realizzato dall’istituto di ricerca Eumetra, diretto da Renato Mannheimer, mette in luce i cambiamenti profondi di questi trasferimenti; un fenomeno in crescita anche a causa della crisi, che ha mutato le ragioni alla base della mobilità. Tra quanti hanno già lasciato l'Italia, se un buon 50% degli intervistati dichiara di essersi recato all’estero per motivi occupazionali, l’altra metà si divide tra che ha voluto fare una esperienza diversa (la cosiddetta generazione degli Erasmus) e chi, invece, si è trasferito dopo la pensione verso altri paesi nei quali il sistema di tassazione è più favorevole (14% del campione).

Alle ragioni del trasferimento si aggiunge la lista dei problemi incontrati. Per quasi tutti (circa il 90% degli intervistati), l’ostacolo principale è la scarsa conoscenza della lingua del paese ospitante, mentre sorprendentemente e solo in secondo piano emergono le difficoltà di accesso ai vari sistemi di welfare, che pure sono molto diversi tra loro.

Ciononostante, spicca tra tutti la propensione a rimanervi (oltre il 50%), senza fare ritorno in patria, ma anche la volontà di trasformare la loro permanenza in una occasione per migliorare la loro qualità della vita (38%). Ai tanti già trasferiti all’estero, si aggiunge una quota significativa di giovani (tra i 28 e i 35 anni) che vivono in Italia e che hanno desiderio di lasciare il nostro paese: il 51% del campione lo farebbe per motivi di lavoro e il restante 49% per altri motivi; tra questi il 26% per fare una esperienza diversa.

Anche per loro, la scarsa conoscenza della lingua è il principale elemento frenante nell’intraprendere una decisione così drastica. "Si tratta di un fenomeno poco indagato -ha dichiarato Morena Piccinini, presidente pro tempore del Ce.Pa, commentando i dati della ricerca- per il quale c’è bisogno di fare rete insieme a tutti gli attori istituzionali e del mondo dell’associazionismo per dare riposte ai bisogni vecchi e nuovi, favorendo l’informazione e l’orientamento delle persone”.

“Per questo, raccogliendo favorevolmente l’impegno del ministro -ha aggiunto- i patronati, ai quali gli intervistati di questa indagine riconoscono ruolo e importanza, intendono garantire la massima collaborazione affinché si realizzino progetti mirati a favorire una migrazione consapevole sia in entrata che in uscita dal nostro paese. Come dimostrano anche questi dati -ha aggiunto- nessuno può dare da solo risposte a questi nuovi bisogni. E’ necessario strutturare una rete organizzata di tutti i soggetti coinvolti. Ben venga quindi questo primo passo del ministro del lavoro".

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