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'Colpiranno 1 su 2', Veronesi lancia alleanza con i media

10 aprile 2014 | 15.36
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Milano, 10 apr. (Adnkronos Salute) - "Era il 2 luglio 1981 e un articolo in prima pagina sul New York Times cambiò la storia del cancro al seno. Parlava del mio intervento mini-invasivo che, senza quel pezzo, sarebbe rimasto una pubblicazione scientifica di poche pagine dimenticata in un cassetto". Umberto Veronesi, fondatore e direttore scientifico dell'Istituto europeo di oncologia-Ieo di Milano che questa primavera compie 20 anni, sceglie un aneddoto personale per lanciare un appello al mondo del giornalismo: "Dobbiamo cercare di trovare un accordo, un'alleanza, per combattere insieme la sfida più grave che l'umanità deve affrontare dall'inizio dei tempi, il cancro". Una vera e propria chiamata alle armi contro "una malattia epidemica stravolgente: 50 anni fa si ammalava di tumore un italiano su 30, oggi si ammala uno su 3 e futuro si ammalerà uno su 2", avverte l'oncologo oggi all'università Iulm di Milano, durante l'incontro 'I media nella lotta al cancro: sette direttori a confronto'.

Dimenticare i tempi in cui il cancro non si poteva neppure nominare e veniva chiamato 'male inguaribile', e vincere i tabù informando correttamente l'opinione pubblica e insegnandole a credere nella scienza, "oggi poco amata dalla nostra popolazione". E' questa la richiesta che Veronesi ha rivolto alle firme note intervenute con lui nell'Aula magna dell'ateneo, per il primo confronto pubblico sulla comunicazione in campo oncologico.

Cinque i direttori sul palco: Mario Calabresi della Stampa, Monica Maggioni di RaiNews 24, Ezio Mauro di Repubblica, Roberto Napoletano del Sole 24 Ore e Sarah Varetto di Sky Tg 24. Assenti Ferruccio de Bortoli del Corriere della Sera, e Lucia Annunziata dell'Huffington Post Italia. "Dei 20 milioni di italiani che oggi sviluppano un tumore nel corso della vita - è il messaggio dell'ex ministro della Sanità - 14 milioni, il 70%, potrebbero essere salvati con la prevenzione e la diagnosi precoce".

Veronesi ritorna con la memoria al 1969-70 e ricorda che "per 10 anni (tanto durò il suo studio sul mini-intervento che salvò il seno delle donne, ndr) non avevo dormito di notte. Quando furono pronti i risultati feci un salto di gioia e inoltrammo il lavoro al 'Nejm' che lo pubblicò. Ma senza l'articolo sulla front page del 'Nyt' - dice l'oncologo mostrando la vecchia pagina - nulla sarebbe successo. E oggi alle mie pazienti io dico: non lo dovete a me, lo dovete al New York Times". Se allora i media contribuirono a risparmiare alle donne "orrende mutilazioni", oggi possono accorciare le distanze verso l'obiettivo "mortalità zero". Nonostante l'aumento dei casi di cancro, infatti, "da 15 anni la mortalità è in calo costante e oggi curiamo il 60-65% dei malati". Non solo. "Il 30% delle pazienti che operiamo all'Ieo hanno un tumore al seno occulto, non ancora palpabile, scoperto grazie agli screening. Ne abbiamo seguite 1.200 e abbiamo scoperto che dopo 10 anni il 98,5% è guarita".

Ecco quindi che "se tutte le donne facessero prevenzione - ammonisce lo scienziato - il problema del cancro al seno di fatto sarebbe risolto". In generale, " se tutta la popolazione adottasse uno stile di vita salutare e si avvicinasse in massa alla diagnosi precoce, e se i responsabili delle politiche sanitarie e ambientali applicassero tutte le conoscenze e le misure preventive che la ricerca ha messo a disposizione, il cancro sarebbe una malattia sotto controllo". Invece, "per fare un esempio, le fabbriche di amianto hanno chiuso 40 anni dopo che la scienza ne scoprì il potere cancerogeno". Veronesi chiude rilanciando uno dei cavalli di battaglia degli anni in cui era ministro: "E' necessaria una svolta epocale dal 'welfare state alla 'welfare community'. La salute deve diventare una responsabilità condivisa, ma questa rivoluzione non può avvenire senza l'aiuto dei media. La scienza ha sempre corso e continuerà a farlo, ma se la società non ci segue niente succede. La gente va informata perché l'ignoranza, il non sapere, non dà nessun diritto. Né a credere né a non credere".

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