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Mafia "in giacca e cravatta", decine di arresti a Brescia

26 settembre 2019 | 07.42
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Perquisizioni in tutta Italia e sequestri per 35 milioni di euro per la cosca mafiosa di matrice stiddara con quartier generale nel Nord. Colletti bianchi come tramite fra mafiosi e imprenditori. "Pronti a scatenare una nuova guerra di mafia"

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(Fotogramma)

Una maxi operazione, con trentacinque arresti e sequestri per 35 milioni di euro, è in corso da alcune ore in più province d’Italia. La Procura della Repubblica di Brescia, Direzione Distrettuale Antimafia - nell’ambito di una lunga e complessa indagine convenzionalmente denominata 'Leonessa', condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia di Stato, ha accertato l’operatività di una cosca mafiosa di matrice stiddara, con quartier generale a Brescia, che ha pesantemente inquinato diversi settori economici attraverso la commercializzazione di crediti d’imposta fittizi per decine di milioni di euro.

La Stidda, nella sua versione settentrionale "in giacca e cravatta", pur mantenendo le "antiche" modalità mafiose nell’agire quotidiano si è dimostrata capace di una vera e propria "metamorfosi evolutiva", sostituendo ai reati tradizionali nuovi business, utilizzando quale anello di congiunzione tra i mafiosi e gli imprenditori i 'colletti bianchi', i quali individuavano tra i loro clienti (disseminati principalmente tra Piemonte, Lombardia, Toscana, ma anche nel Lazio, Calabria, Sicilia) quelli disponibili al 'risparmio' facile. L’indagine, che per il suo spessore ha visto il supporto del Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato e dello Scico della Guardia di Finanza e, ha parallelamente disvelato anche numerosi reati tributari e fenomeni corruttivi.

Spedizioni punitive per chi osava contrapporsi al loro potere criminale. I boss della Stidda, finiti in carcere, ricorrevano infatti alla violenza. Raid con l'uso di armi e danneggiamenti seguiti da incendi nei confronti di chi non si sottometteva ai loro ordini. Questo uno dei retroscena del blitz che ha disarticolato la cosca dei Di Giacomo. In carcere sono finiti capi, gregari e sodali che hanno gestito un fiorente traffico di sostanze stupefacenti, hanno infiltrato l’economia legale attraverso imprese di comodo, facendo estorsioni a tappeto, specie con il metodo dell’imposizione dei prodotti delle loro aziende. "La Stidda negli ultimi anni ha imperversato nella cittadina siciliana - spiegano gli investigatori - appropriandosi di parte del territorio con la tipica forza e violenza mafiosa, che da sempre l’ha caratterizzata".

E non è tutto. Nelle intercettazioni dicevano di avere '500 leoni', uomini armati che avrebbero potuto scatenare l'ennesima guerra di mafia. Le indagini hanno quindi consentito di fotografare l'ala violenta del clan, ricostruendo "plurime condotte estorsive" ai danni di commercianti e imprenditori poco propensi a sottomettersi al volere degli stiddari, che hanno trovato il coraggio di denunciare le estorsioni.

DALLA RISTORAZIONE AL SETTORE IMMOBILIARE, COSÌ I BOSS IMPONEVANO IL MONOPOLIO - Una volta scarcerati avevano ripreso in mano le redini del comando. Una fitta rete di contatti con affiliati vecchi e nuovi che aveva consentito ai fratelli Bruno e Giovanni Di Giacomo di conquistare il monopolio dei prodotti per la ristorazione e non solo. Questo uno dei retroscena del blitz antimafia 'Stella Cadente. Le indagini sono scattate nel 2014, proprio dopo il ritorno in libertà dei fratelli Di Giacomo dopo un lungo periodo di detenzione, in cui "sono stati mantenuti in carcere dallo zio Rocco Di Giacomo", spiegano gli investigatori.

Scarcerati i due fratelli si erano rimessi al lavoro costruendo la doppia anima del clan, militare e imprenditoriale. Un controllo del territorio esclusivo che aveva permesso loro di "penetrare stabilmente nel tessuto economico legale" grazie a imprese mafiose, intestate a prestanome, attive nel settore della distribuzione dei prodotti per la ristorazione e di prodotti alimentari, in quello delle serate in discoteca e nel settore immobiliare. I commercianti gelesi erano così costretti ad acquistare beni, talvolta a prezzi maggiorati e in altre occasioni in quantità maggiori rispetto al loro volere, per il solo fatto che erano commercializzati dal capomafia. Altro settore economico d’interesse degli stiddari era quello della costruzione, ristrutturazione e compravendita immobiliare. Un comparto in cui la Stidda si era inserita attraverso società di comodo, intestate a Alessandro Emanuele Pennata e costituite per ripulire il denaro sporco provento delle attività illecite.

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