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"Combatto nel Donbass finché vivo", cosa diceva Edy Ongaro - Video

31 marzo 2022 | 23.47
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L'intervista nel 2015: "In ogni stato, in ogni parte del globo c'è qualche minoranza, qualche etnia che viene calpestata e allora bisogna reagire"

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"Se potete, venite qui". Edy Ongaro, il miliziano italiano ucciso nel Donbass, nel 2015 parlava in un'intervista della propria decisione di raggiungere la regione dell'Ucraina per unirsi alle forze filo-russe contro Kiev. "Mi chiamo Edy Ongaro, nome di battaglia Bozambo. Vengo dalla provincia di Venezia, Giussago di Portogruaro, un piccolo paesino come tanti in mezzo alla campagna", diceva nell'intervista a Spasidonbass.ru e Voxkomm (Video).

"Con molto orgoglio e molto onore posso dire di essere parte della Prizrak, questo battaglione internazionalista, mi sento dal primo momento tra compagni e compagne. In ogni stato, in ogni parte del globo c'è qualche minoranza, qualche etnia che viene calpestata e allora bisogna reagire", spiegava nell'intervista. A spingerlo nel Donbass "il rispetto verso se stessi e verso gli altri: questo dovrebbe portare molte persone, soprattutto per chi come me era in condizioni deplorevoli, scandalose per uno stato che si dice civile", a fare la stessa scelta di 'Bozambo'. "A queste persone dico; se potete, venite qui", diceva.

"Finché ci sarà aria nel mio corpo e finché sangue scorrerà, da qui non uscirò mai. La mia scelta è restare qui, sto cercando di avere la cittadinanza in queste repubbliche che sento sempre più mie". "Mi sento internazionalista, non patriota", spiegava. "La sana ribellione che ci hanno insegnato i nostri nonni nella Resistenza è giusto che venga usata".

"Qui -diceva- ci sono tanti volontari. Ci sono manager moscoviti e muratori, hanno mollato tutto e sono venuti a combattere contro il fascismo. Io non chiedo a nessuno di fare l'eroe, ma il rispetto verso se stessi dovrebbe portare" qui "molte persone. Se potete, venite qua".

In un altro video del 2015, Ongaro spiegava di aver lasciato in Italia gli unici parenti: il fratello, la cognata e il nipote. Suo padre, all'epoca, era in Colombia. "Per problemi logistici e di collegamenti -diceva- non ho avuto contatti, fino a 2 settimane fa pensavano tutti che fossi in Russia per turismo, tutto qui". Il miliziano spiegava di aver combattuto per 51 giorni tra Lugansk, Donetsk e Alchevsk. Alla domanda 'viene pagato'? "Ho una colazione, un pranzo, una cena e un kalashnikov. Si chiama Anita, come Anita Garibaldi. Non ci sono scuse per i massacri della popolazione civile. Vinceremo questa guerra? No pasaran, nostros pasaremos".

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