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Coronavirus, mamma medico: "Non riesco più ad abbracciare mio figlio"

16 marzo 2020 | 12.33
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La testimonianza di una 37enne che lavora all'ospedale di Cremona: "Molte di noi iniziano a cedere, serve lo psicologo"

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Foto Fotogramma

"Una delle cose che sta diventando più difficile da gestire è che noi mamme medico non possiamo più abbracciare i nostri figli. Molte di noi cominciano a cedere, adesso serve lo psicologo". Federica Pezzetti, 37enne dirigente medico presso l’Ospedale di Cremona, racconta in un'intervista a Repubblica "il lato umano" di chi lavora in ospedale, di chi, impegnato in prima linea a combattere l'emergenza sanitaria da Coronavirus, vive con sofferenza le distanze di sicurezza necessarie con i propri familiari.

Pezzetti parla anche per altri medici e infermiere del suo ospedale per descrivere le difficoltà di queste ore. "Da diversi giorni. Da più di due settimane, da quando è diventato tutto così difficile e senza sosta, io e altre mamme medico o infermiere del nostro ospedale - racconta - abbiamo dovuto prendere precauzioni anche a casa. Al mio piccolo di sette anni ho provato a spiegare perché, dicendo la verità. Quando rientro mangio sola, tengo le distanze da mio marito, dormo separata, faccio tanta attenzione. È successo di finire alle tre e mezza di notte, rientrare a dormire, e tornare in ospedale alle otto. Il bacio al figlio lo mandi col pensiero. Ci sono medici che hanno spostato la famiglia dai suoceri per scongiurare rischi di contagio, c'è un neurochirurgo che non vede i figli da tre settimane. È tutto cambiato".

Ci si lascia andare a un momento di pianto, anche se tutto resta intimo ("si piange soli, di nascosto, quando si è un po' al limite, magari in una stanza. Poi si riparte", confida il medico). Normale avere paura: "Certo che c’è la paura del contagio- afferma Pezzetti - Ma c’è soprattutto per le nostre famiglie, per chi ci è accanto. Quando sei stanchissimo e vedi arrivare ambulanze di continuo e sai che i posti letto sono al limite, cominci a cedere perché non vedi la fine”.

In un clima di preoccupazione e tensione "a volte si litiga per sciocchezze", diventa dunque necessario più che mai un sostegno: "abbiamo chiesto che gli psicologi del lavoro siano sempre presenti per aiutare medici e infermieri. C'è tanto, tanto bisogno di parlare, di sfogarsi - sottolinea il medico - In emergenza, con turni che diventano spesso di 13-14 ore, tra lavoro e pausa ci sono medici che restano dentro anche 34 ore, prima di prendere una boccata d'aria: è logico che così a lungo non si regge, se non c'è un sostegno".

E il sostegno a volte arriva dagli stessi pazienti che riescono a strappare un sorriso, oppure dalle battute dei colleghi, racconta ancora Pezzetti. Che la prima cosa che farà quando tutto sarà finito è: "abbracciare mio figlio e mio marito per un giorno intero. Un giorno!"

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