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**Coronavirus: Msf, 'detenuti ci chiedono quando potranno rivedere la famiglia'**

30 novembre 2020 | 13.08
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Msf nel carcere di San Vittore

"Quel che procura parecchio stress è la mancanza di percezione di quanto accade fuori. La domanda che ci fanno più spesso è 'quando potremo rivedere la famiglia?' L’assenza di colloqui in presenza è una forma di tutela in epoca di coronavirus, ma psicologicamente molto dura da sopportare per chi vive dietro le sbarre”. Federico Franconi, water and sanitation manager per Medici Senza Frontiere (in pratica si occupa di tutte le attività logistiche relative alla salute e ai servizi igienico-sanitari), quotidianamente, in coppia con un infermiere, Mario Ferrara, varca la soglia di uno degli istituti penitenziari lombardi. Un giorno Lodi, l’altro Busto Arsizio, l’altro ancora Monza. Un tour continuo, da che l’Italia è stata investita dalla seconda ondata di pandemia di Covid-19, con l'obiettivo di proteggere detenuti, agenti di Polizia Penitenziaria ed operatori sanitari da eventuali contagi e scongiurare il rischio focolai. Dalla sanificazione delle manette alla macchinetta del caffè, dalle celle agli spazi comuni, dalla prevenzione all’individuazione dei positivi: è un lavoro minuzioso, e piuttosto silenzioso, quello per cui il team di Medici Senza Frontiere è stato chiamato ad operare a fianco della Direzione delle varie strutture. Una mission cominciata già a marzo e che ha visto l’impegno di Msf non solo in Lombardia, ma anche nelle Marche in Piemonte e in Liguria.

In Italia, secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Giustizia, sui 53.720 detenuti presenti negli istituti di pena del Paese sono stati registrati 826 casi di positività al Covid-19. Mentre sono 1.042 i positivi fra gli operatori penitenziari. Nelle carceri lombarde la cifra dei detenuti positivi sfiora quota 300, la maggior parte è accolta nei Covid hub di San Vittore e Bollate. Proprio lì dove inizialmente ha cominciato a lavorare il team di Msf. “Ma presto l’obiettivo è cambiato: dagli hub di San Vittore e Bollate, ci siamo spostati dove era più urgente la risposta, negli istituti più piccoli con meno risorse e mezzi per confrontarsi con l’epidemia in modo adeguato. Il nostro compito è stato, ed è tutt’oggi, quello di disinnescare i focolai più critici”, racconta all’Adnkronos Federico Franconi.

Tra preoccupazione, scioperi della fame per sensibilizzare sul sovraffollamento e focolai importanti (vedi Lodi e Busto Arsizio), il team di Msf di situazioni problematiche, durante la seconda ondata, ne ha viste. “Ogni istituto è una realtà a sé, in alcuni ci sono criticità evidenti ma in questo momento specifico bisogna tenere alto il senso di responsabilità per non creare ulteriori pressioni sulla componente sanitaria che sta facendo ogni sforzo per monitorare la situazione e tenerla sotto controllo”, dice Franconi riferendosi agli scioperi della fame, a suo avviso “legittimi e comprensibili”, ma al contempo pone l’accento anche sul fatto di “non strumentalizzare il tema carceri".

Il viaggio all’interno delle prigioni, ad ogni modo, mostra “che servono interventi più mirati, sia per quanto riguarda gli spazi fisici, che nell’ambito della socialità, per esempio la diminuzione delle ore d'aria grava parecchio sui detenuti”, specifica Franconi.

Nonostante diverse criticità, quel che invece non manca è la collaborazione. “La migliore risposta per contrastare la diffusione del virus nelle carceri. Abbiamo – evidenzia Franconi - un ottimo dialogo con tutti gli operatori sanitari, la polizia penitenziaria e la direzione degli istituti. Un lavoro di squadra fa una grandissima differenza” per la sfida più importante contro un virus silenzioso che si è pericolosamente insinuato tra le celle.

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