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Covid, Pregliasco: "Ogni variante inquieta, più veloci con vaccino"

16 gennaio 2021 | 15.33
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A sottolinearlo all'Adnkronos Salute è il virologo dell'università degli Studi di Milano analizzando la situazione alla luce delle diverse segnalazioni che si susseguono in queste settimane. E aggiunge: "Serve una stretta sulle misure, ma lockdown non è più sostenibile"

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(Afp)
(Adnkronos)

"Ogni variante di Sars-CoV-2 che si affaccia in qualche area del mondo e mostra un impatto significativo inquieta e per questo bisogna velocizzare la vaccinazione e prendere provvedimenti per monitorare e fermare la diffusione di queste varianti". A sottolinearlo all'Adnkronos Salute è il virologo dell'università degli Studi di Milano, Fabrizio Pregliasco, analizzando la situazione alla luce delle diverse segnalazioni di varianti che si susseguono in queste settimane e su cui si è concentrata la preoccupazione a livello internazionale.

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Prima la variante inglese, caratterizzata secondo quanto evidenziato dal Regno Unito da una maggiore trasmissibilità, poi la variante sudafricana e ora quella del Brasile su cui c'è abbastanza allarme anche per i casi di reinfezione segnalati dal ministero della salute locale. "Vedremo se i vaccini attuali funzionano anche su quest'ultima variante identificata, come sembra succeda per la variante inglese, secondo i primi dati. Ma teniamo presente che la piattaforma di vaccini a Rna permette un aggiornamento rapido dei prodotti scudo", assicura l'esperto.

L'importante, ribadisce Pregliasco, è però che la vaccinazione proceda nella maniera più spedita possibile. "C'è grande richiesta di vaccini, ma si registrano anche casi di vendita al migliore offerente nel mondo e invece si dovrebbe lavorare sull'equità di accesso" alle iniezioni scudo. Per superare lo scoglio delle forniture limitate di dosi, visto che al momento sono poche le aziende che hanno il via libera di enti regolatori e la richiesta è tanta, "penso che l'unica possibilità sia proprio un'alleanza tra case farmaceutiche", ragiona il virologo in riferimento per esempio all'annuncio della Francia sulla possibilità che Sanofi aiuti a produrre vaccini della concorrenza (Pfizer o Janssen) in attesa del lancio del suo prodotto scudo.

"E' l'unica via che mi sembra percorribile in tempi veloci. L'Europa, se queste alleanze si concretizzano, potrà accaparrarsi più dosi. E a livello internazionale si dovrà anche fare in modo che i Paesi con redditi più bassi non restino in 'braghe di tela' - conclude Pregliasco - Non è solo una questione che riguarda queste realtà, ma è anche nostro interesse che si realizzi una vaccinazione globale senza disuguaglianze. Perché se non c'è una copertura omogenea nel mondo, rimangono sacche pericolose che potrebbero permettere al virus di rialzare la testa".

NUOVE MISURE? - "Serve una stretta sulle misure, ma in questo momento un lockdown duro, simile a quello di aprile scorso, non sarebbe facilmente sostenibile. Ci sarebbe una difficoltà oggettiva di adesione da parte di una gran quota di categorie di persone che stanno ancora affrontando sacrifici e che sono state, giocoforza, le più colpite".

Mentre un nuovo Dpcm si appresta a dettare il ritmo delle restrizioni delle prossime settimane, e si registra la reazione di chi è costretto alla zona rossa come la Lombardia, fra gli esperti c'è chi mette in guardia sulla necessità di nuovi blocchi drastici per fermare la corsa del virus - e il rischio che si affaccino pericolose varianti - e non minare la vaccinazione. Lo stesso consulente del ministro della Salute per l'emergenza coronavirus, Walter Ricciardi, ha segnalato l'opportunità di un lockdown energico di un mese.

"Sono motivazioni condivisibili - ammette Pregliasco all'Adnkronos Salute - ma si pone una questione di sostenibilità. Noi abbiamo sperato in buona fede, quando eravamo nel pieno della seconda ondata, che la stretta" di ottobre-novembre "avrebbe consentito un Natale libero. Abbiamo detto ai cittadini: resistete ora per non privarvi delle feste poi. Non ci siamo riusciti a far sì che questo traguardo si raggiungesse, perché il virus ha una grande capacità diffusiva. In questo momento in cui non si vede una prospettiva. Io temo che, come evidenzia la stessa dirigenza della Regione Lombardia, vada tenuto conto del fatto che non esiste un manuale per la gestione del lockdown e si deve trovare una modalità che stringa le maglie, come l'ultimo Dpcm, ma in maniera sostenibile".

PIANO VACCINALE - "Ad oggi i dati delle ricerche ci dicono che siamo certi dei risultati della vaccinazione anti-Covid con una determinata schedula che indica la necessità di due dosi a una precisa distanza l'una dall'altra. E' discutibile la scelta di cambiare questo schema. Si potrebbe fare, ma a mio avviso andrebbe valutata questa opzione solo se fosse l'ultima spiaggia" sottolinea Pregliasco che interviene nel dibattito in corso a livello internazionale su ipotetiche strategie per ottimizzare la vaccinazione in tempi di pandemia e forniture limitate.

"E' chiaro che in una situazione di emergenza, previa rivalutazione, possano esserci schemi diversi, ma non si possono sottovalutare i rischi. Per esempio la singola dose di vaccino protegge meno e potrebbe indurre varianti. Insomma", evidenzia l'esperto all'Adnkronos Salute, quella di dare a tutti la prima iniezione scudo e ritardare il richiamo "è una via discutibile, ma c'è il rischio di doverla adottare in caso di carenze di forniture o consegne minori del previsto".

Altro nodo delicato è l'opportunità di vaccinare chi si è già ammalato di Covid ed è guarito. "Oltre al fatto che non ci sono dati sulla vaccinazione di chi ha già contratto il virus", secondo Pregliasco, "è senz'altro preferibile dare la precedenza a chi non ha mai incontrato Sars-CoV-2 e resta ancora esposto, piuttosto che dare subito un 'booster', un rinforzo dell'immunità, a chi già ha magari anticorpi protettivi". Però, aggiunge l'esperto, "la selezione fra Covid free e non è complessa, e diventerà difficile fare questa scrematura quando la campagna vaccinale sarà a livello di popolazione generale".

"Come fai a dire tu sì e tu no?", ragiona Pregliasco. "Andrebbero peraltro fatti esami per capire anche che livello di immunità hanno le persone che sono guarite e che si sceglie di non vaccinare. A livello ospedaliero sarebbe più facile e anche noi abbiamo vaccinato per ultimo chi aveva fatto la malattia".

"Un'operazione simile, di indagare sulla presenza di un'infezione pregressa prima del vaccino, si fece all'inizio della campagna contro l'epatite B sui sanitari - ricorda il virologo - anche per confermare che non ci fossero problemi a vaccinare chi già aveva avuto il virus. Succedeva a fine anni '80-inizio anni '90. Ma, anche lì, per velocizzare la copertura della popolazione si abbandonò".

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