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Criptovalute ecologiche cercasi

14 maggio 2021 | 08.25
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Elon Musk, con il suo tweet categorico di ieri, ha chiuso: guardiamo ad altre criptovalute che consumano meno dell’1% dell’energia che serve ai bitcoin. Ma ne esistono?

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Proponendosi ieri di puntare su criptovalute molto meno energivore del bitcoin e ribadendo con tre rapidi Tweet oggi (“è l'ora di una carbon tax” e “credo fermamente nelle criptovalute ma non possono determinare un massiccio aumento nell'uso dei combustibili fossili, soprattutto di carbone”, "Collaborare con gli sviluppatori di Doge per migliorare l'efficienza delle transazioni di sistema"), Elon Musk ha fatto vibrare il valore del bitcoin che, a due ore dal primo cinguettio a gamba tesa, è sceso quasi del 20% per poi riassestarsi verso i 50mila dollari. Anche se, in mezzo, ha rincarato la dose pubblicando, sempre su Twitter, un grafico con il Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index e commentando “La tendenza degli ultimi mesi nell'uso di energia è folle”. Il dibattito apocalittici-integrati prosegue a ondate, tra i sostenitori dello spreco di risorse per la produzione di criptovalute e chi invece ne ridimensiona la portata. Il tutto mentre bitcoin e le altre acquistano progressivamente un ruolo come bene rifugio, anche e proprio in questi giorni segnati dai dati sull’inflazione Usa, che ad aprile è schizzata del +4,2%, il dato più alto dal 2008 (e molto oltre le attese degli analisti), trainata dalla ripresa dei consumi post lockdown e dalla corsa dei prezzi delle materie prime, anche a causa della carenza nei rifornimenti.

Ha spiegato Gianclaudio Torlizzi, direttore generale della società di consulenza T-Commodity: “L'attività di mining attualmente incide per lo 0,6% del consumo mondiale di energia elettrica equiparabile a paese come la Nuova Zelanda. Se volessimo stilare una classifica, il mining di bitcoin occuperebbe il ventinovesimo posto nella classifica dei paesi più inquinanti. La decisione di Tesla sortirà tuttavia anche un impatto di più ampio raggio in quanto contribuirà ad allentare la tensione che oggi insiste nel mercato dei semiconduttori primi (responsabili sia del calo della produzione di auto a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi) sia della carenza di container nel mercato dello shipping. Ciò dovrebbe contribuire a dare il via a un raffreddamento del prezzo delle materie prime”.

Una voce che consiglia di spostare il problema più a monte è quella di Ferdinando Ametrano, che insegna Bitcoin and Blockchain Technology all'Università degli Studi di Milano-Bicocca ed è CEO di CheckSig. Come ha spiegato in uno dei suoi recenti interventi di CryptoWeek: un'anima green per le criptovalute? “Non credo sia realizzabile. Da due punti di vista. Possiamo ridurre i consumi? No. I consumi sono correlati alla crescita del Pil. Più ricchezza uguale più energia. Non possiamo ridurne l'impiego. Dobbiamo trovare modi di produrla che siano rinnovabili e sostenibili. La preoccupazioni vanno spostate dalla riduzione dei consumi alla sostenibilità nella produzione di energia”. Anche perché, sempre Musk, quando nel primo trimestre del 2021 ha deciso di acquistare con Tesla criptovalute per un valore di 1,5 miliardi di dollari, il bitcoin consumava più o meno quanto consuma adesso, tanto o poco che sia. Certo, stando tra le cripto più diffuse, Etehreum (la seconda dopo Bitcoin) ha un rapporto energia/transazione che è meno della metà della rivale. Ma se è vero che Bitcoin è la criptovaluta che consuma più energia, è anche vero che sembra stia progressivamente spostando il grosso della produzione dalla Cina e dai paesi dove le fonti energetiche sono i combustibili fossili a luoghi dove l’energia è più economica, ma anche sostenibile e rinnovabile come Islanda, Norvegia, Canada e alcune zone della Russia. Aprile 2021 è stato infatti il primo mese degli ultimi 8 anni in cui l'hash rate di BTC, ovvero di potenza computazionale necessaria per le attività di mining (e quindi di consumi), proveniente dalla Cina è stato inferiore a quello proveniente dall'esterno del paese. Un dato certificato ancora una volta dal Cambridge Bitcoin Electricity Consumption Index.

Ma esistono delle cripto green? Esistono delle valute digitali che puntano, in modo diretto o indiretto, alla condivisione dei software e alla specificità dell'uso di energia pulita. CureCoin, criptovaluta progettata per sostenere la ricerca scientifica, premia il lavoro condiviso. Chi vuole offrire potenza di calcolo può scaricare i software e mettere a disposizione il proprio, anche domestico, per il mining, ottenendo una ricompensa in CureCoin. Altre valute generano incentivi per gli impianti fotovoltaici: Solarcoin crea 1 token per ogni Megawatt/ora generato tramite energia solare, ripagando così gli impianti. Altri, come BitGreen, usano protocolli a minor consumo energetico, oltre a ripagare gli utenti per le loro azioni ecologiche che vanno dal carpooling agli acquisti sostenibili.

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