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Crollo Flaminio, giudici: ''Lavori causa scatenante, decisivo abbattimenti tramezzi''

17 maggio 2023 | 15.46
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Le motivazioni della sentenza di condanna per tre imputati a Roma

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(Foto Adnkronos)

‘’Emerge dall’istruttoria e dai rilievi tecnici in primo luogo una debolezza strutturale del fabbricato interessato, e la causa scatenante dell'evento si è attribuita con certezza all'intervento dell'uomo ed in particolare ai lavori attinenti la straordinaria manutenzione che‚ nel progetto, prevedeva la demolizione dei tramezzi all'interno dell'appartamento suddetto’’. E’ quanto si legge nelle motivazioni della sentenza della seconda sezione penale di Roma con cui il giudice monocratico Maria Rubera lo scorso 14 febbraio ha emesso tre condanne e provvisionali per oltre mezzo milione di euro per il crollo avvenuto il 22 gennaio 2016, di tre piani del palazzo al civico 70 di Lungotevere Flaminio a Roma. Il giudice in particolare ha condannato Massimo Canepa, legale rappresentante della società che provvedeva alla ristrutturazione, a 2 anni, e a 1 anno il progettista Roberto Mattei e il titolare della società esecutrice dei lavori, Pasquale Famà, tutti con pena sospesa, concedendo a tutti e tre gli imputati, accusati di crollo colposo, le attenuanti generiche.

Il giudice aveva inoltre disposto, oltre al risarcimento danni da liquidare in sede civile, provvisionali immediatamente esecutive per oltre mezzo milione di euro alle parti civili costituite, tra cui il condominio, assistito dagli avvocati Luca Pallotta e Gianluca Tognozzi. In precedenza, il proprietario dell’appartamento in cui erano in corso i lavori era stato già assolto, fino alla Cassazione. Decisivo nel crollo fu l’abbattimento di tramezzi nell’appartamento dove si voleva realizzare un open space. ‘’Si trattava di una decina di tramezzi che furono completamente eliminati senza le dovute accortezze – sottolinea il giudice - soprattutto, perché realizzata la demolizione venne effettuata in maniera molto rapida e cioè in una settimana appena, dal 19 al 21 gennaio 2016, e questo -a quanto pare- per una sollecitazione alla rapidità dei lavori proveniente forse dal committente (al fine di un risparmio di spesa o altro non noto motivo )’’.

‘’Si è rappresentato, dai tecnici incaricati dalla Pubblica Accusa, che proprio l'elemento della velocità con cui venne realizzata la demolizione avesse influito, si badi bene, proprio dal punto di vista tecnico, ritenuto peraltro molto importante negli edifici e nei vecchi fabbricati, per la riuscita dell'intervento senza conseguenze dannose o pericolose’’ scrive il giudice. I consulenti tecnici infatti ‘’hanno richiamato metodi prudenziali nella realizzazione degli interventi comportanti demolizione e poi ricostruzione spesso adottati dai vecchi muratori di Roma: questi prima realizzavano la nuova struttura, il nuovo tramezzo, e poi demolivano il vecchio, oppure li demolivano uno alla volta’’.

Nel caso del palazzo al Flaminio invece, l'impresa ‘’al fine di accelerare l'esecuzione dei lavori nell'appartamento, ha operato all'interno dei vani dell'immobile come se si trattasse di una struttura in cemento armato moderna e la maestranza ha demolito tutto quanto in velocità, metodo utilizzato soltanto sugli edifici di moderna costruzione. Infatti, precisavano i consulenti, che il crollo dei pilastri e che la demolizione fosse avvenuta in via totale - di tutti i tramezzi - in tempi rapidi e ciò era stato desunto dai consulenti tecnici stessi dalle varie comunicazioni di inizio lavori presentate, e si evinceva anche dalla circostanza oggettiva per cui il crollo era avvenuto la notte stessa in cui era terminata la demolizione dei tramezzi’’.

‘’La cinematica del crollo inoltre, era stata ricostruita come avvenuta secondo una specie di ‘effetto domino’ – si legge nelle motivazioni - per il rapido cedimento dei pilastri del quinto piano, con un processo che coinvolgeva l'interventismo strutturale, in parallelo dei pilastri all'interno dell'appartamento e ciò si realizzava perché il collasso del primo pilastro, i carichi verticali sostenuti da quel pilastro, che avrebbero dovuto trovare qualcos'altro che potesse sostenerli ‘passavano’ il carico ai pilastri vicini, secondo quanto riferito dai consulenti tecnici, che osservavano che i carichi venivano, cioè, trasferiti dalle strutture orizzontali ai pilastri vicini, e tali carichi, già in condizioni critiche, essendo gli stessi pilastri a ricevere l'incremento del carico sui pilastri che, quindi, istantaneamente erano collassati. Di conseguenza, tutto il telaio intermedio dell'appartamento, cioè quello messo a nudo dei lavori di demolizione, era collassato’’.

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