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Nordcorea

Dalle maglie alla pizza, gli affari degli italiani con Kim

31 agosto 2017 | 16.42
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Nella foto le maglie della Nazionale femminile della Corea del Nord

L'escalation di avvertimenti, minacce e test "è solo un modo per ricordare al mondo che loro esistono, ma non credo che Kim Jong-un farà la guerra e la Cina ha preso una posizione molto chiara, sostenendo che la soluzione militare non è un'opzione". E' l'opinione di Laura Galassi, amministratore delegato della Segesam, società di consulenza che si occupa di esportazione e internazionalizzazione e che con la Corea del Nord ha un rapporto quasi ventennale, vantando anche l'apertura nel 2008 di una pizzeria, 'Coritalia'.

"Io parlo tutti i giorni con i nordcoreani - racconta l'imprenditrice di Pesaro all'Adnkronos - e qualche volta il dubbio che siano al corrente di tutto quello che succede ce l'ho. La qualità della vita nel Paese negli ultimi anni è sicuramente migliorata, basti pensare che, appena abbiamo aperto la pizzeria in joint venture con i nordcoreani, nel locale andavano solo personaggi della nomenklatura di Pyongyang, mentre adesso è frequentata da gente normale. C'è una grande attenzione verso la popolazione e un elevato tasso di scolarità".

Così come il negozio a fianco di scarpe e abbigliamento, dice ancora Galassi, chiarendo di non aver mai ricevuto alcuna pressione dalle autorità italiane per interrompere i rapporti d'affari con il 'regno eremita', iniziata alla fine degli anni Novanta con la fornitura di attrezzature per l'allevamento di animali, polli e anatre, e proseguito con quella di materie prime per la pizzeria, mobili e abbigliamento. "In sostanza - spiega - tutto quello che non è incluso nella lista degli articolo di lusso che sono sotto sanzioni già dal 2007".

"Noi non abbiamo ricevuto alcuna pressione, anche perché tutto quello che esportiamo viene sottoposto a rigidi controlli", assicura l'amministratrice di Segesam, che nega un rallentamento negli scambi, "anche perché quello che noi esportiamo è per la popolazione", non per il regime colpito dalle misure restrittive.

In passato "in Corea del Nord andavo anche tre o quattro volte all'anno, adesso sono due o tre anni che non vado, perché le comunicazioni sono migliorate e non c'è più bisogno di andare sul posto come prima", sostiene Galassi, ricordando che fu con il padre Enrico - che nel dopoguerra iniziò ad occuparsi di import-export con i Paesi dell'est europeo - che iniziò il rapporto con Pyongyang.

"Con il nuovo presidente americano Donald Trump il clima si è un po' inasprito, forse perché gli piace giocare alla guerra - conclude - Ma io non credo che si arriverà alla guerra. I nordcoreani fanno così da sempre, per ricordare che ci sono e questo, secondo loro, è il modo migliore per farlo. Credo che sia molto importante quello che ha detto la Cina, ha detto 'no' alla guerra, e la Cina di certo se lo può permettere".

Della stessa opinione anche un altro imprenditore italiano. "Credo che in questi giorni ci sia stato un aumento nella vendita delle magliette della nazionale nordcoreana, la maglia è un modo per identificarsi con la propria nazione e per esprimere l'attaccamento e l'orgoglio per il proprio Paese", tanto più in un momento di crisi come questo. E' l'opinione di Luigi Franco Acanfora, amministratore di Legea, storico marchio italiano che per due mondiali consecutivi, nel 2010 e nel 2014, ha prodotto e sponsorizzato le maglie della nazionale del 'regno eremita'.

E se non lo farà anche per i Mondiali in Russia del prossimo anno è solo perché i nordcoreani non si sono qualificati. Ma questo non impedisce ai giocatori di continuare a usare la maglia rosso fuoco prodotta per quelle occasioni e ai collezionisti ed ai nordcoreani all'estero di continuare a comprarla, dice Acanfora, parlando con l'Adnkronos ed escludendo qualsiasi tipo di pressione sulla sua azienda per i rapporti con Pyongyang, che continua a minacciare il mondo con i suoi test nucleari e missilistici.




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