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Moda: delocalizzare è 'out', oggi si fa back reshoring

10 novembre 2014 | 19.13
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Lasciare i paesi dove il costo della produzione è basso e tornare realizzare manufatti in Italia. E' una tendenza in atto tra le realtà del made in Italy che vogliono non soltanto sopravvivere alla crisi, ma cavalcarla, aprendosi nuove chances, avendo compreso che a pagare, in definitiva, è sempre e solo la qualità. "La parola delocalizzazione sta andando un po' fuori moda. Le aziende diventano sempre più globali, spesso si va su mercati fuori da quello di origine per essere vicini ai clienti. Pochissimi vanno per risparmiare sul costo del lavoro. Il concetto vecchio di delocalizzazione per risparmiare è superato e infatti stanno facendo proprio l'opposto, stanno rientrando nel Paese d'origine, perché quello che conta è la qualità del prodotto e la velocità di delivery del prodotto. Andare in Cina per poi riesportare in Europa sta diventando perdente". Lo evidenzia l'amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, inquadrando un fenomeno che si appresta ad assumere dimensioni di ampia portata.

Una indicazione del mercato che già un anno fa il presidente di Pitti Immagine, Gaetano Marzotto, aveva messo a fuoco. Si torna a produrre in Italia, aveva detto a margine della prima edizione di Decoded Fashion, per una prima ragione legata "all'innovazione e alla qualità"; la seconda "sta diventando forse più importante, ovvero la velocità, la capacità di rispondere alle esigenze del mercato, sia quelle che ci indicano i negozi, sia quelle che emergono dal web. In tempo reale, i negozi dicono alle aziende che cosa si sta vendendo e quindi c'è sempre più bisogno di riassortimenti e di indicazioni".

Insomma, il fenomeno del reshoring non evidenzia soltanto "una questione di costi, perché se si produce in Cina o Vietnam o Bangladesh costa ancora molto meno, ma i tempi sono talmente lunghi che non si riesce a rifornire il mercato" chiarisce Marzotto. E invece "la tempestività è fondamentale. Il consumatore oggi è molto variabile, a seconda delle notizie che giungono in tempo reale: dal cataclisma economico, a quello finanziario, alle notizie che arrivano da Borse e mercati. Insomma, c'è una tendenza emozionale nei consumi che vanno soddisfatti. Chi sa cogliere questo aspetto, ce la fa. Gli altri meno". (segue)

(Adnkronos) - "Quello del reshoring è un fenomeno certamente in atto, se ne parla. Tuttavia, in termini di numeri, è difficile da quantificare". Lo spiega Gianfranco Di Natale, direttore generale di Sistema Moda Italia, l'associazione degli industriali della moda. "Abbiamo cercato anche di quantificarlo, ma non ci siamo riusciti per ora: analizzando i primi dati, essi ci sembrano poco significativi, nel senso che sul un settore che fattura 52 miliardi l'anno, le aziende che producono all'estero e che stanno tornando sono ben poca cosa".

A dirla tutta, per Di Natale, "di produzioni all'estero si è sempre parlato tanto ma non è mai stato nel nostro settore un fenomeno così rilevante". Esso ha riguardato soprattutto paesi come la Romania e la Polonia. Difficilmente le imprese del tessile - abbigliamento sono andate a produrre in Cina. "Magari per altri settori le iniziative sono state più significative; non per noi, anche perché certi costi di logistica soltanto aziende di grandi dimensioni se le possono permettere".

"La crisi ha fatto sì che cambiassero molti punti di vista" commenta Piero Cividini, che da sempre produce solo ed esclusivamente in Italia. Evidentemente "molte aziende avevano deciso di trasferire all'estero la produzione per una ragione prevalentemente di costi. Oggi, invece, si pone una questione di posizionamento sul mercato, che richiede creatività, innovazione, ricerca. Si va verso una sempre maggiore polarizzazione", ovvero o produzioni a basso costo di media qualità, o produzioni alto di gamma di altissima qualità. Per queste ultime elemento discriminante è sempre più l'essere effettivamente made in Italy. (segue)

(Adnkronos) - L'essere del tutto italiano "è una cosa che all'estero pagano. Ha una sua contropartita". Addirittura Cividini ha una piccola parte della sua collezione che non solo è made in Italy, ma addirittura "fatta a mano". "Rappresenta la punta di diamante della nostra produzione" ed è realizzata con le macchine di maglieria a mano. Ha un costo elevato, ma paga, viene venduta anche in Italia, dove "è particolarmente apprezzata la qualità. "Non è un fenomeno di mercato, ma solo il nostro fiore all'occhiello", tuttavia significativo di che cosa cerchi il consumatore di nicchia.

Anche per Sara Cavazza Facchini, anima di Genny, storica maison del made in Italy, l'essere autenticamente ed esclusivamente made in Italy rappresenta un "valore aggiunto", un vantaggio competitivo. A partire dai tessuti. "Acquisto tutto in Italia, accessori compresi. Le mie clienti sono esigenti e spesso controllano le etichette che descrivono le mischie del tessuto. Se contiene elementi che non sono naturali può accadere che non vogliano il capo. Per questo scelgo sono sete, cotoni e comunque tessuti di qualità elevatissima".

E' anche "una questione di sicurezza, ovvero il cliente sa che non verrà deluso. Il voglio portare avanti la storia di Genny. Oggi alcune clienti mi dicono di avere ancora nell'armadio capi che hanno tantissimi anni (quando Donatella Girombelli era la stilista della casa di moda, ndr). Tutto ciò può essere solo se la qualità è altissima". In questo, dunque, si sostanza, ad avviso di Cavazza Facchini, il ritorno in Italia di tanto che hanno scelto di produrre all'estero. La questione dei costi diventa secondaria. Ora è importante assicurare che il prodotto sia made in Italy. Poi la tendenza può anche essere indossate una t shirt di Zara e un cappotto di cashemere finissimo. Un mix - conclude la stilista - che nasce e forse spinge anche l'acceleratore sulla polarizzazione delle fasce di mercato: alto di gamma e a poco costo. la via di mezzo è sempre più rara".

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