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Di Maio e gli scivoloni esteri, da Pinochet venezuelano al presidente Ping

04 settembre 2019 | 18.10
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(Afp)

Da Pinochet in Venezuela al presidente cinese Ping. Luigi Di Maio, nuovo ministro degli Esteri, si appresta a traslocare alla Farnesina. Il capo politico del Movimento 5 Stelle, mentre su Twitter decolla la tendenza #DiMaioagliEsteri, assume l'incarico dopo aver inciampato in qualche occasione nelle sue sortite di carattere geografico. Lo scivolone più noto rimane quello compiuto nel 2016, con un post su Facebook in cui le critiche a Matteo Renzi chiamavano in causa Augusto Pinochet: il dittatore, però, per Di Maio si era trasferito dal Cile al Venezuela. "Mi prendo tutte le responsabilià. Un lapsus, corretto dopo 10 minuti", disse Di Maio.

A novembre 2018, durante la visita in Cina, Di Maio tiene un discorso a Shanghai, durante l'International Import Expo. "Ho ascoltato con molta attenzione il discorso del presidente Ping", dice il grillino, proponendo una versione non corretta del nome del presidente cinese.

A febbraio di quest'anno, mentre la Francia era infiammata dalle proteste dei gilet gialli, Di Maio -con Alessandro Di Battista- è volato in terra transalpina per incontrare uno dei leader del movimento, Christophe Chalencon. Il ''salto in Francia'' dei due big grillini, visto in particolare il ruolo istituzionale di Di Maio, crea tensione tra Parigi e Roma. Per fare chiarezza, scrive Di Maio su Facebook l'8 febbraio, il capo politico del M5S invia una lettera a Le Monde e a tutti i francesi: nella missiva, si fa riferimento alla ''tradizione democratica millenaria'' della Francia. La Rivoluzione, però, è datata 1789.

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