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Iraq: disperazione a Erbil, sfollati dormono in chiesa o all'aperto

08 agosto 2014 | 14.38
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(Iberpress)

Oltre un milione. Tanti sono, secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), gli sfollati in Iraq dopo l'avanzata dello 'Stato islamico' nell'ovest e nel nord dell'Iraq. Il presidente Usa Barack Obama ha spiegato di aver autorizzato "raid mirati" su richiesta del governo iracheno e per prevenire "atti di genocidio", ha chiarito che un'ulteriore avanzata degli uomini dello 'Stato Islamico dell'Iraq e del Levante' (Isil) potrebbe minacciare la città di Erbil, nel Kurdistan iracheno, minacciando così gli interessi americani.

Da Erbil, Marco Labruna, capo missione di Un Ponte Per... racconta ad Aki - Adnkronos International di una città invasa dagli sfollati, nel mezzo del dramma senza fine per le minoranze irachene, e di una diffusa "preoccupazione" per quello che potrebbe accadere.

Dopo l'area di Sinjar, dice "sono state attaccate Qaraqosh, città interamente cristiana, Bartella e Bashiqa, cittadine con una forte presenza cristiana e dove ci sono anche molti yazidi, gli stessi cacciati dalla presa di Sinjar". "Quello che è successo negli ultimi giorni è che gli scontri tra l'Isil e i peshmerga si sono avvicinati notevolmente a Erbil", afferma, mentre arrivano voci confuse, anche quella secondo cui potrebbe trattarsi di una "decisione strategica dei peshmerga per proteggere meglio i confini della regione".

L'emergenza umanitaria sta assumendo dimensioni sempre più grandi. Non aiuta il caldo soffocante, con le temperature che arrivano fino a 48 gradi. Nelle ultime ore l'Unicef ha denunciato morti per fame e per sete.

"Dopo gli ultimi eventi, a Erbil si sono riversati nuovamente migliaia di cristiani, in fuga da Qaraqosh, Bartella e Bashiqa", dice Labruna sottolineando come al momento "non sia possibile fornire numeri precisi, ma le stime parlano di oltre 10mila persone", soprattutto cristiani, che tra ieri e oggi hanno raggiunto "in condizioni disperate" Erbil, in particolare il distretto di Ainkawa, a nord della città.

Qui c'è chi ha già passato due notti attorno alle chiese di Mar Yousif e Martiahmony. "Le chiese sono state aperte e stanno ospitando le persone in fuga. C'è chi ha dormito nei cortili delle chiese, chi in aree aperte", dice Labruna, mentre i più fortunati sono stati ospitati in case di parenti e amici. "Mentre parliamo c'è chi fa tutto il possibile, distribuendo prima di tutto cibo e acqua - prosegue in un colloquio telefonico - Il problema è capire dove alloggiare queste persone". Ancora una volta è accaduto tutto all'improvviso. Si pensa all'allestimento di un campo nei pressi di Erbil in quel Kurdistan che negli ultimi due anni ha già accolto 220mila siriani in fuga dal conflitto nel Paese arabo.

E se raggiungere gli sfollati a Erbil "non è difficile", sono invece "difficili gli spostamenti tra le varie città". "Ora si cerca di capire come strutturare la risposta nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, si cerca di capire come gestire la nuova emergenza perché è impossibile prevedere l'evolversi della situazione, anche se è chiaro che l'emergenza durerà a lungo", afferma Labruna, da quasi tre mesi a Erbil.

Un Ponte Per..., organizzazione attiva dal 1991 quando venne lanciata l'iniziativa a sostegno della popolazione irachena, è impegnata da molti anni in progetti di cooperazione con le minoranze irachene e oggi lavora a nuovi interventi a favore di sfollati iracheni e rifugiati siriani soprattutto nel nord del Paese. In un comunicato chiede alla comunità internazionale di inviare "subito" voli umanitari a Erbil per far fronte all'emergenza, assicurare sostegno alle autorità del governo regionale curdo affinché possano rispondere tempestivamente all'emergenza, di garantire visti umanitari per l'ingresso in Europa dei casi più a rischio, di organizzare lanci aerei di aiuti destinati agli sfollati fuggiti sulle montagne del nord dell'Iraq e di "proteggere le minoranze irachene dall'ennesimo sterminio, garantendo loro accesso alle aree sicure del Paese".

A Erbil in questo momento Un Ponte Per... ha uno staff composto da quattro non iracheni. "Abbiamo iniziato sin da giugno a rispondere all'emergenza dopo la presa di Mosul. Nei primi giorni abbiamo raggiunto oltre mille persone a Qaraqosh e Bashiqa perché all'epoca era lì che avevano trovato ospitalità gli sfollati di Mosul - afferma Labruna - A questa ultima ondata di sfollati stiamo cercando di rispondere in collaborazione con le autorità locali". "Le risorse non basteranno mai", conclude. Gli ultimi eventi anche costretto l'organizzazione alla sospensione delle attività in alcune scuole a Qaraqosh e Bashiqa.

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