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Energie rinnovabili, investimenti e stabilità: ecco perché i cripto-minatori si spostano negli Usa

19 luglio 2021 | 13.26
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Anche prima dei divieti operati in Cina, la migrazione era già in corso: entro il 2022 il Nord America potrebbe avere il 40% della potenza di calcolo globale di bitcoin.

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Nel secondo trimestre il mercato delle criptovalute ha toccato il massimo storico, seguito però da un crollo che non si è ancora interrotto, il tutto accompagnato da un aumento del 32% dei volumi scambiati a livello globale. È lo scenario disegnato dal report trimestrale commissionato da Coinbase e realizzato da Apex:E3. Il tutto, mentre gli Stati Uniti stanno diventando rapidamente la nuova destinazione del mining di bitcoin. Sono già la seconda destinazione più gradita del pianeta, ospitando quasi il 17% di tutti i minatori di bitcoin del mondo, dato Università di Cambridge di aprile 2021: .il 151% in più rispetto a settembre 2020. Un dato che comunque non riesce ancora a tenere conto dell'esodo di massa dei miners dalla Cina dove più della metà di tutti i minatori hanno cominciato da tempo un esodo di massa verso l'estero o, almeno, verso regioni come lo Sichuan, territorio ricco di energia a basso costo generata da un avanzato sistema idroelettrico che punta ad accogliere ancora di buon grado questi lavoratori del bit, non fosse altro per l'indotto di mercato che possono generare.

Secondo i dati di Cambridge appena pubblicati, poco prima dell'inizio del divieto di mining cinese, il paese rappresentava il 46% dell'hashrate totale mondiale, un termine che identifica la potenza di calcolo collettiva della rete bitcoin. Si tratta di un netto calo rispetto al 75,5% di settembre 2019 e la percentuale, ora, è probabilmente ancora più bassa. Si parla di 500mila ex minatori cinesi che stanno cercando case negli Stati Uniti: se così fosse, il Nord America avrebbe il 40% dell'hashrate globale entro la fine del 2022. Recentemente, il sindaco di Miami Francis Suarez ha spiegato che le porte della città sono aperte per i minatori di bitcoin in fuga dalla Cina. L'estrazione mineraria di criptovalute è un processo ad alta intensità energetica per la creazione di nuovi token e l'aggiornamento del registro digitale. Un mercato che interessa molte amministrazioni degli Stati Usa come il Texas dove il senato ha discusso il Virtual Currency Bill, una legge che stabilisce un quadro giuridico attorno agli investimenti in bitcoin e criptovalute per meglio strutturarne la presenza.

Ma questa operazione di accoglienza non comincia certo ora. I grandi possessori di criptovalute quotati in borsa sono stati in grado di raccogliere capitali per effettuare enormi acquisti sviluppando, al contempo, centinaia di milioni di dollari di attrezzature minerarie in Nord America e costruendo spazi di hosting durante l'inverno per ospitare le operazioni. Nel frattempo, i mercati e gli strumenti finanziari hanno cominciato a concentrarsi con maggiore attenzione attorno al settore delle criptovalute e, durante la pandemia, la richiesta di investimenti personali in forme di finanza decentralizzata è cresciuta in modo esponenziale. Secondo diversi operatori, inoltre, la migrazione è cominciata ben prima dell'improvvisa repressione avviata da Pechino: una volta accumulati capitali, o minatori hanno infatti cominciato a cercare maggiore stabilità geografica, politica e legale per la tutela dei propri wallet. Infine, gli Stati Uniti offrono alcune delle fonti di energia più economiche del pianeta, molte delle quali rinnovabili. Visto che i minatori su larga scala competono in un settore a basso margine, dove il loro unico costo variabile è l'energia, sono evidentemente incentivati a spostarsi verso le fonti di energia più economiche.

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