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Euro, Oxford Economics: i 7 punti deboli dell'uscita da moneta unica

19 febbraio 2017 | 20.03
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Dall'euro si può uscire. Ma inutile illudersi che abbandonare la moneta unica sia una passeggiata o meglio una panacea ai propri problemi nazionali. Da ipotesi di studio l'abbandono dell'euro - dopo il voto sulla Brexit - sta diventando una prospettiva sempre più al centro del dibattito politico. Ma proprio le semplificazioni della politica sembrano trascurare i veri punti focali di quanto accadrebbe nella realtà all'economia di un paese che riuscisse (e non è ancora chiaro come) a tornare alla propria valuta 'originaria'.

A questo dibattito dà un contributo una analisi del think tank Oxford Economics - elaborata dal suo capo economista James Nixon - che evidenzia e argomenta i sette punti deboli di una 'euroexit'.

1. Svalutazione. L'uscita dall'euro avrebbe senso solo per consentire una svalutazione competitiva in grado di potenziare l'export. Ma al tempo stesso devono aumentare i salari reali per compensare la crescita dell'inflazione. Tuttavia, siccome le catene di approvvigionamento sono sempre più complesse, alla fine l'aumento dei costi dei prodotti in entrata può finire con l'azzerare i vantaggi per le merci finite in uscita. Se va bene, è un gioco a somma zero.

2. Ridenominazione. Tutti i debiti e i depositi coperti dal diritto interno verrebbero ridenominati nella nuova valuta nazionale. Ma ciò non varrebbe per i contratti negoziati secondo il diritto internazionale e questo potrebbe esporre le aziende nazionali a un pericoloso gap fra i contratti internazionali e i loro mezzi di pagamento. Senza contare che i possessori di titoli di stato potrebbero considerare la ridenominazione come un default di debito sovrano. E il caso Grecia può fungere da lezione sulle conseguenze.

3. Politica fiscale. Liberati del patto di stabilità e crescita, i paesi che abbandonassero la zona euro potrebbero seguire una politica fiscale più espansiva e con deficit più alti. Addirittura il Front National ha suggerito alla Banque de France di varare - in caso di uscita dall'euro - un proprio quantitative easing. Ma solo la Federal Reserve può sostenere questo tipo di finanziamento monetario (più o meno esplicito) senza pagarne le conseguenze, grazie al ruolo chiave del dollaro. In qualsiasi altro paese (peraltro con moneta svalutata) sarebbe l'anticamera del caos.

4. Inflazione. La somma di svalutazione e politica fiscale e monetaria allentata ha come conseguenza inevitabile una crescita dell'inflazione. Ma se questo va bene per abbattere il peso del debito pubblico passato, l'altro risultato è l'erosione dei risparmi e dei redditi reali. Non esattamente la soluzione più popolare presso l'opinione pubblica.

5. Tassi a lungo termine. Lo si è già visto nell'Eurozona: a ogni accenno di tensione, a ogni ipotesi di fine della moneta unica, i rendimenti dei paesi più sotto pressione schizzano in alto. Per un paese che dicesse addio all'euro è scontato l'aumento verticale dei premi di rischio. Risultato: un costi di servizio del debito pubblico alle stelle. Quindi, minimi benefici immediati e forti danni di lungo termine.

6. Offerta. L'uscita dall'euro sarebbe come uno choc che percorrerebbe l'economia ad ogni livello, dalle famiglie alle industrie, dalle banche al governo. Il credito diventerebbe inevitabilmente più difficile con una conseguente crisi dell'offerta e un inasprimento significativo delle condizioni monetarie.

7. Fuga dei capitali. Il problema pratico numero uno legato ad una uscita dall'euro sarebbe tuttavia il rischio di fuga di capitali. Per evitarla - spiega Oxford Economics - l'ideale sarebbe preparare l'addio alla moneta unica in segreto e metterlo in atto di notte, a mercati chiusi. Ma questo appare poco probabile, visto che l'uscita dall'euro sarebbe preceduta da un acceso dibattito politico e verosimilmente da un referendum. Procedura che darebbe - in mancanza di controlli sui capitali - tutto il tempo a correntisti e investitori per portare i loro soldi fuori dal paese. Inutile dire che questo manderebbe in tilt il sistema bancario, con fallimenti a ripetizione. Insomma, sembra suggerire lo studio, è possibile voltare le spalle all'euro: basta essere pronti, dopo, a camminare sulle macerie di un'intera economia.

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