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Medicina: cardiologo, evitabili 27 mila infarti con colesterolo ben controllato

05 giugno 2017 | 14.51
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"Si riuscirebbe a ridurre di circa 27 mila casi il numero degli infarti che ogni anno si verificano in Italia - sui 100 mila che si registrano in 12 mesi - se noi riuscissimo ad abbassare il livelli di colesterolo al di sotto di quelli che oggi sono considerati i limiti target". E' la stima di Francesco Romeo, direttore della cattedra di Cardiologia dell'università romana Tor Vergata, all'AdnKronos Salute a margine dell'incontro di approfondimento per cardiologi 'Il colesterolo: un fattore di rischio modificabile? Le tecnologie al servizio del cuore', che si è svolto oggi a Roma con il contributo non condizionato di Amgen (VIDEO 1).

Alla base della proiezione dei Romeo i dati del recente studio 'Fourier', su 27.564 pazienti, che ha stabilito per la prima volta che ridurre al massimo i livelli di C-Ldl, oltre quanto già raggiungibile con la migliore terapia attualmente disponibile, conduce ad un'ulteriore riduzione di eventi cardiovascolari maggiori, compresi infarto, ictus e rivascolarizzazione coronarica. In particolare il rischio di infarto, ictus e rivascolarizzazione coronarica si riduce rispettivamente del 27%, del 21% e del 22%. (VIDEO 2)

Il limite target da raggiungere, specifica Romeo, varia a seconda delle categorie di pazienti. Per quelli "ad altissmo rischio - precisa - si dovrebbe rimanere al di sotto i 70 mg per decilitro, per quelli ad alto rischio sotto i 100, per quelli a rischio intermedio sotto i 110. Questo oggi è possibile grazie a nuovi farmaci che, in associazione a farmaci tradizionali (le statine), sono riusciti a portare a target anche quei pazienti che per una serie di motivi mostravano una scarsa risposta alle statine tradizionali, e non riuscivano a raggiungere questi target terapeutici". Oggi inoltre, ricorda ancora Romeo, "si è riusciti a confermare il ruolo del colesterolo, in particolare del colesterolo ossidato, come principale fattore patogenetico nella formazione della placca aterosclerotica, che è la base anatomo-patologica che sottende tutte le manifestazioni cliniche della cardiopatia ischemica. Dall'angina alla sindrome coronarica acuta, all'infarto, alla morte improvvisa coronaria".

"Fino a qualche anno fa - ricorda Marcello Arca, docente di Medicina interna all'università Sapienza Roma - il modo con cui noi medici eravamo in grado di ridurre la colesterolemia per prevenire il danno vascolare da aterosclerosi si basava sull'uso di piccole molecole che venivano prescritte e somministrate al paziente. E che andavano a interferire con sistemi metabolici molto complessi" .

Oggi, "con l'avvento della tecnologia degli anticorpi monoclonali - continua l'esperto - abbiamo la possibilità, attraverso anticorpi che colpiscono in modo preciso e specifico alcune molecole, di agire su meccanismi ugualmente complessi, ma con il grande vantaggio di essere estremamente selettivi nell'intervento. E' il caso degli anticorpi monoclonali come evolocumab, che hanno come bersaglio la proteina PCSK9, oggetto del convegno di oggi. Questa proteina, una volta neutralizzata dagli anticorpi monoclonali, perde la sua capacità di bloccare la rimozione del colesterolo dal sangue. E questo ci consente di raggiungere livelli di colesterolemia che le molecole piccole, quelle utilizzate in passato, difficilmente erano in grado di consentici".

Le nuove possibilità offerte da queste nuove molecole permettono, quindi, un livello di riduzione del rischio e di prevenzione amplificato. Elementi che devono essere 'pesati' anche quando si parla di costi è sostenibilità. "Sull'innovazione farmacologica, anche per quanto riguarda il controllo del colesterolo - evidenzia Arturo Cavaliere, presidente dei farmacisti ospedalieri Sifo del Lazio - è necessaria una valutazione centralizzata, nazionale. Per avere un chiaro quadro dei costi benefici, anche sul lungo termine, che sia di riferimento per tutti".

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