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129 femminicidi nel 2013, aumenta l’età di vittime e autori

CRONACA
129 femminicidi nel 2013, aumenta l’età di vittime e autori

Accoltellate, strangolate, uccise a botte o a colpi di pistola, vittime della furia omicida degli uomini ‘a loro cari’: mariti, compagni, figli, fratelli o nipoti. E’ un vero e proprio ‘bollettino di guerra’ quello che nel 2013 ha ‘contato’ 129 donne, tra i 15 e gli 89 anni, uccise in Italia, secondo i dati di ‘Telefono Rosa’, da 26 anni in prima linea nella lotta contro la violenza di genere.


Dalla ricerca ‘Le voci segrete della violenza 2013’ emerge che “all’interno di una situazione che risulta immutata negli anni”, si evidenzia uno spostamento dell’età media delle vittime, con un aumento della fascia di età tra 45 e 54, passata dal 25% del 2012 al 28% del 2013, anche se - rileva la ricerca - per la prima volta in 7 anni si registrano 15 vittime di età inferiore ai 15 anni. Le donne straniere s’imbattono nella violenza prima delle italiane: 2 donne su 3 hanno un’età compresa tra 25 e 44 anni (il 31% ha tra i 25 e i 34 anni e il 35% ha tra i 35 e i 44 anni).

Aumenta anche l’età media dei carnefici: il segmento di violenti di età superiore ai 55 anni (il 17% ha tra i 55 e i 64 anni e il 10% oltre i 65 anni) passa infatti dal 22% del 2012 al 27% di quest’anno. La quota più ampia di aggressori, pari al 58% del campione, resta comunque concentrata nell’età di mezzo, tra i 35-44 anni (29%) e i 45-54 anni (29%). Il restante 15% di violenti si annida tra i giovani con un’eta’ inferiore a 34 anni.

I dati della ricerca di Telefono Rosa sfatano inoltre, ancora una volta, il pregiudizio che lega l’insorgere della violenza all’arretratezza culturale: il 21% delle donne è laureata e un ulteriore 53% ha un diploma. Non si osservano inoltre differenze di scolarizzazione significative tra donne italiane e straniere. L’indipendenza economica resta invece un fattore fondamentale di affrancamento dal contesto violento. Lo conferma l’ampia quota di vittime disoccupate (19%), inferiore solo a quella delle impiegate tra le italiane (23%) e a quella delle colf/badanti tra le straniere (27%). L’espulsione delle donne dal mercato del lavoro porta quindi con sé anche la tragica conseguenza di una maggiore fragilità psicologica ed economica. Per quanto riguarda i carnefici, il 64% ha un grado d’istruzione medio-alto: il 44% è diplomato e il 20% laureato.

In molti casi la violenza si nasconde anche tra quanti avrebbero il compito di soccorrere le vittime di violenza: infermieri, vigili, medici, Forze dell’Ordine. Le posizioni professionali più rappresentate dai violenti sono gli impiegati, anche di alto livello (17%), gli operai (16%) e i liberi professionisti (13%). La maggior presenza sia di operai che di liberi professionisti nulla ci dice rispetto alla possibilità di riconoscere gli aggressori dal tenore di vita o da quella che, con contorni sempre meno nitidi, si definisce come classe sociale. Ma la violenza sulle donne è un fenomeno orribile ma anche e ‘costoso’ per la societa’. Un ‘prezzo’ che in Italia è stimato intorno ai 17 miliardi di euro, di cui quasi 2,3 in costi dei servizi e oltre 14 miliardi per quelli umani e di sofferenza. L’equivalente di una strage in cui perdono la vita 11.000 persone o il triplo degli incidenti stradali che avvengono in un anno nel nostro Paese, secondo i dati della prima indagine nazionale sui costi economici e sociali della violenza sulle donne realizzata da Intervita Onlus, con il patrocinio del Dipartimento per le Pari Opportunita’.

COSTI DEI SERVIZI ‘PESANO’ PER 2,3 MLD - La violenza sulle donne ‘costa’ allo Stato 2,3 miliardi di euro, suddivisi in: spese sanitarie (pronto soccorso, ricoveri, cure specialistiche, per un complesso di 460,4 milioni di euro), cure psicologiche (158,7 mln) e acquisto di farmaci (44,5 milioni). A questi si sommano i costi relativi all’impegno delle Forze dell’Ordine, dalle denunce alle investigazioni fino alla trasmissione dei casi all’Autorità Giudiziaria - stimati in 235,7 milioni di euro; quelli sostenuti dall’Ordinamento Giudiziario per la gestione delle denunce di violenza sulle donne (421,3 mln) e il costo per le spese legali (289,9 mln). Senza dimenticare gli oneri riguardanti l’assistenza delle vittime e dei loro familiari - che comprendono i servizi sociali dei Comuni (154,6 milioni) e dei centri antiviolenza (7,8 milioni). La mancata produttività, invece, è stimata in 604,1 milioni di euro.

COSTI ‘UMANI E DI SOFFERENZA’ PER 14,3 MLD - I cosiddetti ‘costi sociali’ - umani, emotivi ed esistenziali sostenuti dalle vittime, dai loro figli e dai familiari, legati alla riduzione della qualità della vita - pesano per un totale di 14,3 miliardi di euro. Una stima che quantifica accanto ai danni fisici, anche quelli morali e psicologici (dalla vulnerabilità in cui si ritrova a vivere il nucleo familiare, all’impatto sulle relazioni fino alla trasmissione da una generazione all’altra della violenza). La stima, in questo caso, fa riferimento al risarcimento di danni nel caso di incidenti stradali.

ITALIA INVESTE ‘SOLO’ 6,3 MLD IN PREVENZIONE - Lo studio stima anche quanto - con attività di prevenzione, iniziative di tipo culturale e di sensibilizzazione - la società italiana investe per contrastare la violenza sulle donne: solo 6,3 milioni di euro l’anno.



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