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Ruby bis, Mora rinuncia all'appello e chiede una pena inferiore

CRONACA
Ruby bis, Mora rinuncia all'appello e chiede una pena inferiore

La difesa di Lele Mora, tra gli imputati del processo d'appello sul cosiddetto 'Ruby bis' ha richiesto la rinuncia ai motivi d'appello, chiedendo di fatto di 'uscire' dal processo. Il legale di Mora ha spiegato che il suo assistito, oggi assente (per stare accanto alla figlia che oggi partorirà) nell'aula al primo piano dove si celebra il processo milanese, ha presentato una memoria in cui spiega la sua volontà a rinunciare a tutti i motivi dell'appello "ad accezioni di quelli che riguardano la determinazione della pena e la continuazione del reato".


In primo grado sia Mora che Emilio Fede erano stati condannati a sette anni di reclusione per favoreggiamento e induzione alla prostituzione anche minorile, mentre l'ex consigliere regionale Nicole Minetti era stata condannata a cinque anni di reclusione per l'accusa di favoreggiamento della prostituzione (assolta dalle accuse di induzione alla prostituzione e di favoreggiamento della prostituzione minorile per Karima El Mahrough).

"Questa è l'uscita di scena di Lele Mora da questo processo, lui ha recuperato dignità in questi anni", ha detto l'avvocato Gianluca Maris, che difende l'ex agente dello spettacolo spiegando che questa scelta è stata "fortemente voluta da Mora".

Nella memoria depositata ai giudici della Corte d'Appello di Milano, Lele Mora richiama le dichiarazioni spontanee rese davanti ai giudici del primo grado il 28 giugno 2013 sottolineando che sta portando avanti un "percorso di riflessione e di rivisitazione critica delle mie precedenti condotte e del mio modo di vivere".

In quell'occasione, l'ex agente dello spettacolo, accusato nel processo 'Ruby bis' di induzione e favoreggiamento della prostituzione anche minorile, aveva definito le vicende oggetto del processo un caso di "dismisura, abuso di potere, degrado, tre parole che ho letto sui giornali e che condivido. Io non ne sono stato passivo concorrente è vero, ho partecipato alle feste di Silvio Berlusconi ad Arcore... ma non ho mai voluto condizionare le ragazze, non ho mai giudicato i loro comportamenti e non ho mai orientato le loro condotte con costrizione".

Un'ammissione con tanto di scuse perché "io voglio uscire da quella bufera infernale che mi ha tolto la luce". Per la difesa, Mora quando avrebbe indotto alla prostituzione alcune ragazze ad Arcore, lo avrebbe fatto per sanare, attraverso un prestito da parte di Silvio Berlusconi e con l'aiuto di Emilio Fede, i conti della sua società anche se poi quei soldi furono distratti dalla LM Management.

L'avvocato Gianluca Maris ha chiarito che Mora aveva già anticipato questa scelta "a noi e al pg prima della sentenza dell'appello sul caso Ruby a carico di Berlusconi". Una decisione con cui l'ex agente dei vip separa la sua posizione da quella di Fede e attraverso cui "noi dovremmo riuscire - spiega il legale -, attraverso meccanismi procedurali, ad evitare il carcere".

Per i legali Gianluca Maris e Nicola Avanzi "la mutata condizione personale e morale di Mora dopo la lunga carcerazione subita, nonché la sua condotta processuale fortemente collaborativa meritano certamente il contenimento della pena nei minimi".

Secondo i legali "deve essere valutata congiuntamente la disinvolta gestione economica delle società unitamente alla disinvolta gestione professionale delle ragazze interessate al mondo dello spettacolo". Quest'ultima definita dagli stessi avvocati una gestione "borderline". Il coinvolgimento di Mora "nelle feste di Arcore ha condotto all'implosione della sua vicenda imprenditoriale" e in questo senso il fallimento della LM Management deve essere messo in relazione con questa vicenda.



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