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Un arazzo, il Dna, un incontro di vite: le detenute di Rebibbia per la 'Tavola dell'Alleanza'

CRONACA
Un arazzo, il Dna, un incontro di vite: le detenute di Rebibbia per la 'Tavola dell'Alleanza'

Daniela Papadia e le detenute con l'arazzo

Un arazzo di 12 metri, ricamato da donne di nazionalità diverse. Sulla tela la trascrizione del nostro Dna. Le mani, quelle delle detenute del carcere di Rebibbia. E' 'La Tavola dell'Alleanza', il progetto realizzato dall'artista Daniela Papadia, che ha avuto l'adesione del presidente della Repubblica e che è stato presentato oggi in Campidoglio. L'opera intende dare voce a una partecipazione al lavoro dal valore simbolico e solidale ed esplorare il dialogo tra arte, scienza, multiculturalità e spiritualità attraverso la traduzione visiva del genoma umano.


Il ricamo corre sulla tela come una partitura, il filo è quello della vita scritto nel nostro codice. L'incontro di mani, veicolo anche di un universale messaggio di pace. L'arazzo ricoprirà una tavola allestita come una vera e propria mensa alla quale ognuno sarà invitato a partecipare, in piazza del Campidoglio, il prossimo 9 novembre, dalle 10.30 alle 21. Un luogo che nell'intenzione dell'artista è centro urbano per eccellenza, pulsante di energie diverse.

L'opera nasce da un interesse per la genetica. “Attraverso la lettura del nostro Dna si evince che noi siamo unici ma allo stesso tempo simili - dice Daniela Papadia all'Adnkronos - Dopo la mappatura del genoma quello che si evince è anche che non esiste l'idea di razza. E' come se noi fossimo figli di unici genitori. Verosimilmente il nostro corpo ci dice che noi apparteniamo alla stessa famiglia”. Quindi “questo mio progetto che può sembrare utopico, in realtà parte anche da una base scientifica” spiega l'artista.

Papadia ha deciso di realizzare questo progetto con le detenute perché “è la genetica che me l'ha suggerito, nel senso che i geni sono gameti mattoni. I mattoni formano dei muri, la genetica abbatte dei muri ma i muri più invisibili, quelli personali, è difficile abbatterli. E poi la parola cella dal latino significa piccolo spazio e cellula viene da cella”. Ancora, “mi piaceva l'idea che da un posto chiuso, dove ci sono dei muri, partisse l'apertura e l'abbattimento dei preconcetti”.

“Se noi comunità ci riconosciamo come progetto unico - sottolinea Papadia - dobbiamo pensare che è necessario e indispensabile aiutare chi è più debole o che comunque in una famiglia i grandi aiutano i piccoli”. “E' stata un'esperienza bellissima - racconta l'artista - perché 'La Tavola dell'Alleanza' in realtà ha creato alleanze. Le donne infatti non si conoscevano e sono diventate amiche e si è creata una piccola famiglia”.

La prima tappa della performance è stata già realizzata lo scorso giugno all'interno di Rebibbia, con un banchetto simbolico e reale cui insieme alle detenute hanno partecipato alcuni rappresentati del mondo culturale, scientifico e politico. “Il cibo è simbolico, offrire all'altro da mangiare è un modo per dire: io voglio che tu viva” dice Papadia. E la performance del Campidoglio sarà in continuità con quella di Rebibbia. Gli ospiti che avevano partecipato al banchetto di giugno hanno lasciato un loro segno, una parola per la comunità, che sarà riportata su piatti simbolici lasciati sulla tavola.

Si tratta di un “progetto aperto e in fieri” spiega Mirta d'Argenzio, curatrice della performance della Tavola dell'Alleanza al Campidoglio. Infatti prevede varie tappe in luoghi simbolici, con l'obiettivo di giungere preferibilmente là dove il dialogo tra gli uomini si è per qualche motivo interrotto. “Il mio sogno - rivela Daniela Papadia - è di far viaggiare il progetto in tutti i luoghi dove c'è stato uno strappo da ricucire”. Fino a Gerusalemme, dove “far ricamare insieme donne israeliane e palestinesi”.

E' difficile rendere l'intensità, la potenza e l'emozione del messaggio. Ci è riuscito il doc del regista Francesco Miccichè che ha ripercorso la genesi del progetto fino al suo compimento, dall'incontro dell'artista con le donne nel carcere di Rebibbia all'opera di realizzazione dell'arazzo durata quattro mesi, al banchetto conviviale finale. Attraverso i silenzi e i rapporti di amicizia, collaborazione e solidarietà maturati 'attorno' alla tela. E, ancora, l'esperienza, i desideri, i sogni e le speranze delle detenute. Perché se gli errori, le scelte o la vita ti costringono in un carcere, le mani restano libere di creare e la mente di volare. Aspettando la libertà.



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