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Ebola, come attacca il virus e come proteggersi: in Italia due centri per combatterlo

CRONACA
Ebola, come attacca il virus e come proteggersi: in Italia due centri per combatterlo

(Tommy Trenchard/Oxfam)

Dal primo focolaio da cui prese il nome, nel 1976 nella Repubblica Democratica del Congo sulle rive del fiume Ebola, a un'epidemia che le Nazioni Unite hanno definito "emergenza di proporzioni mai viste". Un allarme che dall'Africa occidentale si è allargato al mondo, chiamando autorità sanitarie, organizzazioni umanitarie e istituzioni globali a "una corsa contro il tempo" in cui solo di recente sono arrivate dall'Oms le prime buone notizie. Nonostante la frenata dei contagi, però, è arrivato oggi il secondo caso di Ebola in Italia: ancora una volta si tratta di un operatore sanitario che aveva lavorato in uno dei Paesi africani più duramente colpiti dal virus.


Ma cos'è e come nasce l'infezione da Ebola? Come si trasmette, come distinguere i sintomi e come si sta difendendo l'Italia? L'Adnkronos Salute l'ha chiesto a Maria Rita Gismondo, responsabile del Laboratorio di microbiologia dell'ospedale Sacco di Milano, 'hub tricolore' anti-Ebola insieme all'Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanziani di Roma. COS'E' EBOLA? "Ebola - spiega Gismondo - è un'infezione virale descritta per la prima volta a metà anni '70 del secolo scorso. Da allora in Africa si erano registrati una decina di focolai, limitati a un massimo di circa 300 casi accertati". Niente a che vedere con i numeri d'oggi: secondo l'utima stima Oms arrivati a 26.593 casi. Sotto accusa "la massiccia deforestazione" che ha interessato le zone 'epicentro' dell'epidemia. "Il serbatoio virale è infatti rappresentato da animali selvatici e in particolare dai pipistrelli della foresta", che non potendo più contare sul loro habitat "hanno invaso i centri abitati causando un'esplosione epidemica improvvisa mai verificatasi prima". L'infezione, che nell'ultima settimana ha fatto 18 nuovi casi, pochi mesi fa viaggiava al ritmo di diverse centinaia di casi a settimana. "La mortalità media era intorno al 50%, con punte del 90% in alcuni villaggi".

COME SI TRASMETTE IL VIRUS? "Per la trasmissione del virus Ebola bastano banalissimi contatti con liquidi biologici infetti: sangue, sudore, urine, feci e sperma, nel quale è stata dimostrata la presenza attiva del virus fino ad almeno 7 settimane dopo la guarigione. E' sufficiente avere pochi millimetri di cute scoperta - avverte l'esperta - e toccarsi con una mano entrata in contatto con un liquido del malato". In linea teorica non è esclusa una futura trasmissione per via aerea: "Quando un virus permane per molto tempo in una popolazione, il microrganismo può subire mutazioni infinite e imprevedibili. Compreso un cambiamento delle modalità di trasmissione, che per ora non si è verificato", rassicura la microbiologa.

QUALI SONO I SINTOMI DELL'EBOLA? "La difficoltà principale, specie nella valutazione di persone provenienti dalle zone colpite dell'Africa - continua Gismondo - resta la diagnosi differenziale poiché i primi segni dell'Ebola sono simili a quelli di malattie endemiche in quelle aree come la malaria, la Dengue o il virus Marburg", quest'ultimo 'parente' stretto di Ebola . "La premessa necessaria per parlare di caso sospetto è che nei 21 giorni precedenti ai sintomi il paziente sia stato nei Paesi colpiti o abbia avuto contatti con qualcuno che ci vive". Febbre alta (oltre i 38,5°C), mal di testa, astenia, nausea, vomito e diarrea sono i primi campanelli d'allarme. Dopo di che "l'evoluzione dipende dalle difese individuali e dalla carica virale: può verificarsi già dopo i primi 2 giorni fino a oltre le prime 3 settimane, con la possibile comparsa di emorragie diffuse in tutto il corpo".

QUALI SONO LE TERAPIE? "La battaglia contro l'Ebola si gioca all'inizio, nelle prime ore - ammonisce l'esperta - con una diagnosi corretta e tempestiva e con un trattamento a base di idratazione ed eventuali trasfusioni". E' stato usato anche il siero dei guariti. "I mezzi oggi sono pochi e le terapie allo studio", dai vaccini agli anti-virali, "tutte ancora sperimentali", puntualizza.

COM'E' ORGANIZZATA LA FRONTIERA ANTI-EBOLA IN ITALIA? "L'Italia ha 2 centri di riferimento nazionali: l'Istituto Spallanzani a Roma e l'ospedale Sacco a Milano. Se al pronto soccorso di qualunque ospedale arriva una persona con sintomi sospetti - illustra Gismondo - l'ospedale lo ferma e chiama l'infettivologo di uno dei 2 centri di riferimento, reperibile h24, che analizza la storia del paziente. Se si tratta effettivamente di un caso sospetto, viene inviato un campione da analizzare ai centri di riferimento. Noi lo esaminiamo al massimo livello di protezione (livello 4). La prima risposta viene data entro 3 ore e la conferma entro 12".

COSA SUCCEDE SE IN ITALIA UN PAZIENTE RISULTA POSITIVO? "Il paziente positivo al virus Ebola deve essere portato immediatamente in uno dei 2 centri di riferimento", riferisce ancora l'esperta. "In base alla distanza dell'ospedale in cui si trova, viene trasferito a bordo di un'ambulanza di autocontenimento", attrezzata per ospitare malati altamente contagiosi, "o di un mezzo dell'Aeronautica militare che dispone dell'aereo più quotato e qualificato in Europa per il trasporto e la terapia del paziente". Una volta in ospedale, tutto avviene all'interno di 2 aree 'bunker', entrambe a livello di sicurezza 4: "Da un lato le stanze di isolamento nel Reparto di malattie infettive, dall'altro la zona del Laboratorio deputata al trattamento di tutti i campioni del malato. Chiunque lavori in queste aree, sia a contatto con il paziente che con il suo materiale biologico, adotta identiche precauzioni: scafandri che proteggono tutto il corpo e respirazione artificiale" simile a quella dei sub in immersione. "Tute anti-contagio dentro le quali un tecnico può restare anche 3 o 4 ore. Trenta minuti per vestirsi, 20 per spogliarsi". Il minimo errore può costare la vita.



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