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Il marmo che divora le Alpi, le Apuane e una cavazione incessante

Cai, non è solo un problema paesaggistico ma di sicurezza

CRONACA
Il marmo che divora le Alpi, le Apuane e una cavazione incessante

Tutte ancora da valutare cause ed eventuali responsabilità dell’incidente di Carrara, con la frana di un costone nella cava di marmo del bacino di Colonnata, ma il drammatico evento riapre la questione di un’attività di cavazione “dai ritmi incessanti, a causa dei quali il problema non è più solo paesaggistico ma di sicurezza. A un certo punto bisogna dire ‘questa montagna ha già dato’, e oltre non si può andare”, dice all’Adnkronos Riccarda Bezzi della Commissione tutela ambiente montano Cai Toscana.


Da queste parti, le Alpi Apuane le chiamano “le montagne che scompaiono”: cime mozzate, crinali incisi, discariche minerarie. Spaccate, erose, frantumate per cavare non solo il marmo più pregiato, ma anche gli scarti di lavorazione usati in diversi settori dell'industria.

In termini di volumi estratti, il Cai stima che per ogni tonnellata di marmo in blocchi vengano distrutte dieci tonnellate di montagna. Un'attività che ogni anno “mangia” 4 milioni di tonnellate di montagna, circa un milione e mezzo di metri cubi. L'industria del marmo qui ha dato vita, negli anni, a 765 cave, circa 150 quelle attive (di cui una settantina all'interno del Parco Regionale Alpi Apuane.

Negli ultimi 20 anni, nelle Apuane si è scavato più che in 2000 anni di storia delle cave. Il risultato? La modificazione del territorio apuano è paragonabile a quella avvenuta in un'era geologica. Ma a scontrarsi qui ci sono, da una parte, gli interessi imprenditoriali (compresi quelli dei Bin Laden), dall'altra le ragioni ambientaliste.

Le cave vengono date in concessione dai Comuni (Massa, Carrara, i Comuni della Versilia, della Lunigiana e della Garfagnana) e sono in mano a poche famiglie – denunciano le associazioni - che si sono arricchite con questo business. Tra queste, la famiglia Bin Laden che nel 2014 ha acquistato il 50% della Marmi Carrara, che ha la concessione per circa un terzo delle cave di marmo bianco delle Apuane, pagando 45 milioni di euro alle quattro famiglie proprietarie.

Ad accaparrarsi il 50% della Marmi Carrara è così la Cpc Marble & Granite Ltd, con sede a Cipro, appartenente al gruppo della famiglia del terrorista saudita fondatore di al-Qaida. Secondo il "Rapporto Cave 2014" di Legambiente, oggi il Comune di Carrara incassa dal marmo 15 milioni di euro l'anno: una bella cifra che però sarebbe 2-3 volte superiore se venissero introdotte modifiche a un regolamento, quello degli agri marmiferi, che impone canoni slegati dal valore di mercato del materiale estratto e permette di fatto la totale esenzione per circa un terzo delle cave oggi considerate praticamente private.

Insomma, il marmo di Carrara non è considerato un bene comune ma arricchisce pochi. E se sono irrisori i canoni di concessione pagati da chi cava, un ragionamento specifico va fatto proprio per le pietre ornamentali dove a fronte di un peso ridotto nella quantità estratta vi sono enormi guadagni in cambio di canoni irrisori. Nel caso di Carrara nel 2012 per gli inerti le casse pubbliche hanno incassato l'8,8% rispetto ai guadagni delle aziende: 15 milioni di euro a fronte di 168 milioni per i privati.

C'è poi la questione delle acque. Ogni volta che si verifica una pioggia consistente l'acqua del Cartara, del Frigido e dei suoi affluenti si tinge di bianco: colpa dell'immissione nel sistema carsico della polvere di taglio dei marmi (la marmettola) delle cave a monte che, dilavata dai piazzali di lavorazione, viene trasportata, insieme con gli oli esausti utilizzati dalle macchine da taglio, fino nei torrenti.

Associazioni e cittadini dichiarano di non essere contrari alle cave, ma chiedono “che si scavi solo il marmo che serve per fini artistici e decorativi, cioè in blocchi, mentre in queste cave da 25 anni circa la Regione ha imposto una vecchia normativa per cui dato un numero 100 si può estrarre un 80% di frammenti e un 20% di marmo in blocchi (25% e 75% nel caso delle Apuane)”, spiega Franca Leverotti, consigliere nazionale di Italia Nostra.

La devastazione della montagna dipende dunque da questo rapporto: di quei 5 milioni di tonnellate di montagna esportate da Carrara l'anno, l'80% è detrito che viene lavorato, qui o altrove, per essere ridotto in polvere di marmo utilizzata in vari settori, dalla cosmesi all'industria alimentare.

Questo rapporto è il frutto eredità di una vecchia norma risalente a quando il marmo si estraeva con la dinamite, provocando grandi quantità di detriti, cosa che oggi non accade più grazie alle nuove tecnologie. “Un regalo agli industriali le cifre irrisorie che questi devono pagare: solo 9,99 euro di tassa comunale per 1 tonnellata di marmo in blocchi che può arrivare a valere fino a 6mila euro alla tonnellata”, aggiunge Leverotti.



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